Opinioni

Se la politica dimentica le condanne in Iran. MATTIA FELTRI*

Mattia Feltri

Soltanto tre giorni fa qualche centinaio di migliaia di italiani era in piazza per manifestare a favore dei diritti omosessuali, non ancora riconosciuti in Italia, non a sufficienza. Si parla con agio di medioevo, si definiscono trogloditi gli oppositori, ci si infiamma di sdegno perché sul Pirellone a Milano compare la scritta «Family Day». Poi arriva in visita ufficiale il presidente iraniano Hassan Rohani (è arrivato ieri) e tutto questo fermento è già indolenzito nel torpore dei giorni feriali. 

 

I rutilanti caroselli di sabato sono spenti, la riprovazione per l’arretratezza culturale italiana è evaporata, non importa che Rohani sia presidente di una Repubblica islamica nella quale gli omosessuali vengono impiccati in piazza, appesi alle gru. Ieri abbiamo aspettato da mattina a sera che qualcuno dicesse qualcosa, in fondo sono i giorni perfetti, di mobilitazione, di preparativi alla battaglia parlamentare che forse introdurrà le unioni civili. Ecco il resoconto: Fabrizio Cicchitto ha espresso soddisfazione per gli sviluppi dei rapporti economici con l’Iran purché non prevedano «reticenza sulle libertà»; Maurizio Gasparri si è chiesto dove siano gli inorriditi dalla tenda di Muhammar Gheddafi piantata a Villa Pamphili; il senatore Lucio Malan vorrebbe sapere se Matteo Renzi approvi il regime di Teheran; il più franco è stato Daniele Capezzone: «L’Iran di Rohani è uno Stato campione mondiale di pena di morte, è uno Stato che tuttora vuole cancellare Israele dalla faccia della terra, è uno Stato che (al di là dei recenti accordi) lavora a minacciosi obiettivi nucleari. Che quasi tutti tacciano su queste realtà la dice lunga sul triste stato del dibattito politico e civile in Italia. E dopodomani, 27 gennaio, è il Giorno della memoria…». Quattro voci da destra e fine, mentre la questione non è parsa interessante a sinistra, né fra le associazioni più specificamente combattive a favore dei gay. Molte notizie, invece, sui primi vantaggiosi affari, di un giro totale che è stato stimato in 17 miliardi di euro. 

 

Sono tanti soldi, ce ne rendiamo conto, ma bisognerà pur ricordare che pochi anni fa, alla domanda di un ragazzo americano, l’allora presidente Mahmud Ahmadinejad rispose che la malattia era debellata, «in Iran non esistono gli omosessuali». Il che è anche vero, perché appena ne viene scoperto uno si prende cento frustate (se il rapporto era casto e si pente) oppure viene messo a morte (se il rapporto era completo). Purtroppo non ci sono statistiche sulle esecuzioni, perché è capitato che i gay, anche minorenni, venissero condannati sotto voci più generiche. Gli amanti del dettaglio troveranno soddisfazione nell’ultimo report di Nessuno tocchi Caino, associazione della galassia radicale: 980 condanne capitali soltanto nel 2015, soprattutto per traffico di droga e omicidio ma anche per reati politici e – come detto – di natura sessuale. E poi lapidazioni, torture, mutilazioni cioè l’intera casistica delle pene inflitte per dare soddisfazione a Dio. Le ragioni di una così straordinaria indifferenza sono difficili da comprendere. C’entrerà il rilievo economico dei patti che si vanno definendo con Teheran; c’entrerà una certa deferenza verso l’Islam, e il timore di cedere al «noi e loro»; c’entrerà un incrollabile provincialismo per cui si pensa che quello che succede nell’altra pagina dell’atlante continui a non riguardarci. Comunque: stamattina al Pantheon, a Roma, è prevista una manifestazione della comunità islamica ostile al regime teocratico. In perfetta intesa, non ci saranno né i partiti (tranne i radicali) né la sempre più mitica società civile. 

*lastampa

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