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Il difficile doppio fronte di Matteo
Opinioni

Renzi stretto tra Visco e Draghi: Bankitalia e BCE

Il rinnovo del governatore di Bankitalia, in scadenza a fine ottobre, si incrocia con la rovente estate della politica nostrana. Matteo Renzi, in quanto segretario del partito di governo, sembrerebbe intenzionato a non confermare Visco, ma la rimozione è ardua e lo diventa ancor di più dopo che ieri in prima fila all’assemblea si è presentato Mario Draghi, come nota Luigi La Spina.

Il difficile doppio fronte di Matteo

Un inizio d’estate rovente, dal punto di vista meteorologico, ma anche da quello politico. È la previsione che sembra profilarsi in un’Italia dove a un improvviso accordo tra i maggiori partiti su una nuova legge elettorale, prodromo di elezioni anticipate, si affiancano altrettante improvvise minacce al progettato percorso di accelerazione della crisi coltivato da Renzi.

Ieri, infatti, sono arrivati due inciampi che potrebbero complicare quella corsa alla rivincita elettorale che, dopo la sconfitta sulla riforma costituzionale, il segretario Pd vuole imboccare con il voto d’inizio ottobre. Il primo riguarda le difficoltà per non confermare il mandato di Ignazio Visco alla Banca d’Italia. Il secondo è costituito dal violentissimo attacco di Pier Camillo Davigo contro un centrosinistra che avrebbe «messo in ginocchio» la magistratura.

Le due «spine» di Renzi, chiamiamole così, sono di natura, di significato e d’importanza molto diverse. La prima riguarda una questione molto delicata, perché la sostituzione di Visco con una figura estranea all’ambiente della Banca d’Italia potrebbe infliggere un colpo molto grave alla credibilità di una delle poche istituzioni che, dal dopoguerra in poi, ha costituito un punto di riferimento autorevole nella vita pubblica italiana.

Una mossa che potrebbe essere intesa come un attentato all’indipendenza della Banca, come il segno della volontà renziana di sottometterla ai voleri del potere esecutivo e che potrebbe ricordare la levata di scudi che si alzò quando Tremonti pensò di candidare Bini Smaghi a governatore. Rimozione che, perciò, sembrava già ardua, ma che ieri, con l’inusuale presenza del capo della Bce, Mario Draghi, in prima fila ad ascoltare l’annuale relazione del governatore, pare ancor più difficile. La partecipazione del presidente della Banca centrale europea, autorevole ex governatore a palazzo Koch, infatti, è parsa non solo, e forse non tanto, un silenzioso, ma significativo appoggio alla riconferma di Visco, ma l’ammonimento alla nostra classe politica contro ipotesi di improvvide candidature esterne all’istituzione e il segno di una specie di superiore garanzia europea sulla Banca d’Italia e sui suoi uomini.

La risposta che l’attuale governatore ha fornito, durante la lettura dell’annuale relazione sullo stato della nostra economia, alle critiche sulla presunta mancata vigilanza della nostra Banca sulle malefatte di alcuni istituti di credito, indubbiamente, ha messo altri ostacoli a chi volesse negargli la conferma. Visco, infatti, ha difeso, come era scontato, l’operato suo e dei suoi collaboratori, ma non ha condannato esplicitamente l’ipotesi di elezioni anticipate, deludendo forse alcune attese, anche in alto loco. In più, con abile eleganza, ha ammesso che «dalla crisi economica e finanziaria di questi anni abbiamo tutti imparato qualcosa, compresa la Banca d’Italia». Non, quindi, una prevedibile arringa autoassolutoria, ma la giustificazione che la mancanza di strumenti adeguati per una vigilanza più severa, ora finalmente forniti, e l’imprevedibile gravità delle conseguenze di quella crisi sull’economia italiana hanno contribuito a impedire un’azione più decisa e più efficace contro le imprudenti e, in alcuni casi, fraudolente gestioni di manager bancari.

Il roboante show di Davigo, davanti alla platea osannante dei grillini, invece, annuncia a Renzi una campagna elettorale di fuoco contro di lui e contro il Pd, ben lontana dalle illusioni di chi pensava che l’accordo col Movimento 5 stelle sulla nuova legge elettorale di stampo proporzionale fosse un segnale di un atteggiamento più «istituzionale» da parte dei seguaci di Grillo. Uno scontro, quindi, ancor più pericoloso del previsto e disseminato di trappole, magari pure in arrivo da qualche procura, che potrebbe indebolire le speranze di quella rivincita che Renzi sogna dalla quella «ingrata», almeno per lui, sconfitta del 4 dicembre. Insomma, da una parte l’offensiva dell’establishment tradizionale italiano ed europeo, dall’altra la guerriglia incendiaria e populista. Forse, anche per Renzi, è troppo.

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