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MAURIZIO MOLINARI
MAURIZIO MOLINARI
Opinioni

La Tunisia è l’eccezione da difendere

Ad un’ora e mezzo di volo da Roma c’è una nazione epicentro di conflitti convergenti che hanno in palio la modernizzazione dell’Islam, la Tunisia.

La Tunisia è aggredita dai jihadisti dello Stato Islamico (Isis) che vogliono invaderla dalla Libia per estendere il contagio del Califfato e dai miliziani di Al Qaeda in Maghreb arroccati sulle montagne dell’Algeria. Al tempo stesso, è il palcoscenico di un braccio di ferro tra il partito laico «Nidaa Tounes» e gli islamici di «Ennahda» sulla sorte della Repubblica multietnica che Habib Bourghiba ha costruito ed ora Beji Caid Essebsi vuole salvare dall’abisso. L’unicità della Tunisia, dove nel 2011 iniziarono le rivolte popolari contro i regimi arabi, sta nella sovrapposizione fra questi scontri, dalla cui sorte dipendono gli assetti del Maghreb ovvero la sponda Sud del Mediterraneo.

Per comprendere quanto sta avvenendo davanti alle nostre coste bisogna partire dal Sud della Tunisia. Se a Ben Guerdane i miliziani del Califfo Abu Bakr al-Baghdadi hanno fallito in marzo un’incursione terrestre, nelle strade che si diramano dal confine libico a quello algerino – attorno alla città di Ramadi – la benzina proveniente illegalmente dalla Tripolitania viene venduta agli automobilisti così come i prodotti importati dai trafficanti inondano mercati e piccoli spacci.

L’onda lunga della guerra civile libica ha creato nel triangolo meridionale una regione nella quale imperversano miliziani e trafficanti a cui il governo ha risposto scavando un fossato di 250 km lungo l’area più a rischio della frontiera. Ma i terroristi si trovano non solo nei campi di Isis a Sabrata, in Libia, bensì anche nelle montagne del Sahara algerino, dove dominano Ansar El-Sharia e Al Qaeda in Maghreb. È lo scenario dell’aggressione islamista su più fronti alla nazione tunisina, uno dei pochi Paesi arabi dove lo Stato-nazione esiste ed ha una legittimazione condivisa dalla maggioranza degli abitanti. Nel più vasto scenario dell’assalto jihadista al nazionalismo arabo la partita tunisina è un tassello strategico. Da qui il valore di quanto sta avvenendo sul fronte interno dove il patto di governo fra forze laiche e islamiche – da cui è nata la Costituzione araba più avanzata sul rispetto dei diritti dei cittadini – è scosso da una sfiducia reciproca che trasforma il presidente Essebsi nel garante di un equilibrio vulnerabile.

Il tutto avviene nella cornice di una città di Tunisi laboratorio effervescente di umanità che pulsa lungo Avenue Bourguiba articolandosi in una miriade di caffè, ristoranti, giardini e luoghi d’incontro occasionali che descrivono l’incontenibile voglia di vivere di una popolazione composta in gran parte di giovani, che si sente di appartenere al tempo stesso a Islam, Africa ed Europa, in uno spericolato bilico fra le opportunità del XXI secolo e le oscurità del Califfato medioevale. C’è un evidente interesse, dell’Italia e dell’Occidente, nel proteggere e consolidare l’eccezione tunisina, trasformandola nell’argine capace di frenare e rispondere al domino jihadista che minaccia l’intero Maghreb.

Essebsi ha in programma una visita in Italia destinata a diventare il catalizzatore di rapporti che sommano un’antica amicizia, interessi concreti ed orizzonti comuni andando a costituire un elemento di stabilità in una regione che sembra procedere invece in senso inverso. A suggerirlo è quanto sta avvenendo a Bengasi, dove Francia ed Egitto sostengono il tentativo del generale Khalifa Haftar di impossessarsi della Cirenaica, ovvero una frammentazione dei territori appartenuti alla Libia capace di favorire la moltiplicazione degli «Stati falliti», creando l’habitat più ambito dai gruppi jihadisti.

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