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La Champions League e gli eroi a distanza

Leo Messi, esulta dopo il primo gol del Barcellona nella Champions League
Leo Messi, esulta dopo il primo gol del Barcellona

L’avvio della stagione della Champions League regala una nuova generazione di eroi: oltre alle due squadre del Campionato in lizza, i bambini italiani si trovano a tifare Real Madrid o Barcellona, Manchester City o Arsenal, come ci racconta Massimo Gramellini.

Effetto Champions, la rivoluzione del tifo 

Appartengo alla generazione che si ostina a chiamare la Champions «Coppa dei Campioni». Quelli come me sono dei provinciali che considerano ancora il calcio una questione di tifo morboso per la squadra della propria terra. Ma siamo un residuato del Novecento, ne ho avuto la prova sabato scorso. Mi trovavo al festival di Camogli e alle due meno cinque del pomeriggio ho visto scattare all’unisono relatori, scrittori e intellettuali insospettabili, tutti alla ricerca spasmodica di un televisore acceso sul derby di Manchester, City contro United. Tra loro non c’era neanche un inglese. Né, che io sappia, un residente a Manchester, città dal fascino assai discutibile. Arrivo a supporre che, se avessi messo una cartina della Gran Bretagna davanti ai loro nasi, quasi nessuno avrebbe saputo indicarmi l’esatta collocazione di Manchester. Eppure i destini delle due squadre di quella entità in fondo onirica chiamata «Manchester» erano in cima ai loro pensieri. Così mi sono ritrovato da solo, con lo smartphone connesso sul sito de «La Stampa», a leggere il resoconto dell’allenamento del Toro, impegnato il giorno dopo a Bergamo in una partita di cui – la verità non mi era mai apparsa così chiara come in quel momento – erano a conoscenza soltanto i tifosi stretti delle due squadre interessate.

Il telecalcio ha annullato le distanze. Oggi ci sono bambini italiani che delirano per i campioni del Barcellona e del Chelsea, ne indossano le magliette e ne seguono le gesta in tv, senza averli mai toccati e forse neppure visti una volta dal vivo.

Conoscono a memoria la formazione del Real Madrid, ma se chiedete loro chi è l’allenatore dell’Udinese resteranno perplessi. Ora che ci penso, anch’io. La trasformazione genetica dei tifosi è già avvenuta. Non rimane che adeguarvi i format televisivi, pardon i campionati, creando la Nba del calcio europeo, così da avere ogni settimana Juve-Ajax e Inter-Atletico anziché Juve-Chievo e Inter-Empoli. Gli ultimi a opporre resistenza sono i grandi club inglesi, affezionati alla Premier League, ma la valanga di soldi che la Nba europea è in grado di generare finirà per sedurre anche loro. Già adesso la Coppa dei Campioni – pardon, la Champions – attira più interessi dei campionati nazionali, che squadre come Juve e Bayern vincono a mani basse da tempo immemore per manifesta superiorità economica e organizzativa.

Se il calcio («la più importante tra le cose meno importanti», Arrigo Sacchi) è anche storia del costume, stiamo assistendo a una svolta profonda. Ho un amico di Alba che, da ragazzino, il sabato andava a vedere le partite dell’Albese in serie C e la domenica tifava Toro in Serie A. Suo figlio riproporrà lo schema, solo su scala più vasta: tiferà Toro in ciò che resterà del campionato italiano, mentre in tv si affezionerà a una squadra della lega europea. Tutti avremo (avranno) una squadra «local» e una «global». Si tratterà di una forma di tifo diversa, slegata dal campanile di appartenenza, meno ossessiva e immutabile. Nel vecchio calcio la squadra della vita era quella di cui ti innamoravi da piccolo e che spesso aveva la sede nella tua regione o addirittura nella tua città, ed era proprio questo particolare a favorire l’identificazione. Non so se un ragazzino italiano innamorato del Manchester United gli resterà fedele fino alla morte, oppure se alla terza sconfitta consecutiva passerà al City. Il video e il web creano rapporti meno intimi e profondi del contatto diretto e dell’appartenenza geografica. Ma ai padroni del pallone la mobilità del tifo non preoccupa: fa parte delle logiche di mercato. Hanno apparecchiato una ventina di marchi tra i quali l’immensa platea televisiva potrà scegliere di volta in volta quello per cui fare la ola. In cambio lo spettatore riceverà ogni settimana dieci spettacoli di qualità recitati dagli attori più dotati, mentre i brocchi verranno relegati nei campionati nazionali, il cui livello sarà ancora più scadente di quello attuale, già scadentissimo, così da indurre gli ultimi nostalgici a sottoscrivere l’abbonamento televisivo alla lega europea.

Resta sullo sfondo il problema di che cosa fare di quelli come me, che non tifano per uno dei venti superclub e sono troppo stagionati per tradire l’antica fede o semplicemente per affiancargliene una nuova. Noi che il derby di Manchester finiamo per guardarlo, ma come se fosse un film di effetti speciali – con l’occhio della meraviglia, non con quello della passione – e infatti dopo un po’ ci annoiamo e cambiamo canale. Quando il Progresso ci asfalterà, verremo classificati alla voce «danni marginali». E ci ritroveremo sugli spalti semivuoti di Toro-Genoa e Palermo-Fiorentina con lo stesso spirito di quei collezionisti di auto d’epoca che sfilano per le strade, incuranti e persino orgogliosi della propria marginalità.

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