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GIOVANNI SABBATUCCI
Editoriali

A Verona contro l’embargo russo: l’abbraccio fra Peppone e don Camillo

Ieri a Verona migliaia di agricoltori sono scesi in piazza per chiedere al governo la revoca delle sanzioni imposte contro la Russia, a seguito della crisi ucraina di due anni fa. Non stiamo evocando scenari da Anni Cinquanta: a difendere, con i propri interessi di esportatori, la causa degli eredi dell’Urss non sono le organizzazioni contadine dell’Emilia rossa. Sono gli agricoltori del Veneto, già «Vandea bianca» d’Italia, inquadrati dalla Coldiretti, a suo tempo insostituibile collettore del consenso a favore della Dc.

Fin qui la notizia, utile per ricordarci quanto forte sia il peso degli interessi costituiti al di là di ideologie e politiche statali (e quanto sia cambiata l’Italia dai tempi di Peppone e don Camillo). Ma sbaglieremmo se ci limitassimo a registrarla come una curiosità tutta nostrana. Troppi sono gli elementi che la collegano ad altri episodi, tutti convergenti nel mettere in luce il ruolo della Russia di Putin come punto nodale di reti di interessi e di alleanze trasversali tra forze politiche di paesi diversi.

Evidente, innanzitutto, è il rapporto di stretta amicizia (supportata in qualche caso da sostegno finanziario) che lega la Russia ai movimenti populisti di destra attivi in Europa occidentale: in testa il Front national di Marine Le Pen e la Lega di Matteo Salvini, senza trascurare gli antieuropeisti britannici, fautori della Brexit. Ma ancora più inquietante, anche per i ricordi che suscita, è l’affinità ideale che viene emergendo con alcuni regimi nazional-conservatori dell’Est Europa, magari gli stessi che chiedono alla comunità occidentale protezione militare contro l’egemonismo russo: il tutto nel nome di quella «democrazia illiberale» teorizzata in positivo già qualche anno fa dal premier ungherese Viktor Orban.

Siamo per fortuna ancora lontani dal disegno di un’Internazionale dei regimi nazional-autoritari in stile Anni Trenta (più corretto sarebbe semmai l’accostamento con i «grandi giochi» delle potenze nell’età dell’imperialismo). E non è nemmeno plausibile l’idea di una nuova cortina di ferro calata sull’Europa dal Baltico all’Adriatico. Ma dobbiamo comunque ricordare che la democrazia liberale così come l’abbiamo conosciuta e praticata non è una conquista irreversibile. E che, quando emergono linee di frattura sulle grandi questioni di principio, è sempre bene non farsi trovare dalla parte sbagliata.

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