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Editoriali

Da Tripoli più pericoli per l’Italia LORENZO VIDINO*

Lorenzo Vidino

Sembrerà strano a dirsi, visti i titoli di giornale e gli avvertimenti su possibili attacchi terroristici di matrice jihadista contro il nostro Paese che da un paio d’anni sentiamo con cadenza quasi quotidiana, ma l’Italia è finora stata un’isola felice nel preoccupante panorama europeo della sicurezza. Senza ombra di dubbio, come rende ampiamente chiaro la relazione presentata dai servizi al Parlamento la settimana scorsa, network e individui legati allo Stato Islamico e, più in generale, alla galassia jihadista, sono attivi anche nel nostro Paese.

Ma le dimensioni del fenomeno sono molto più ridotte che altrove, rendendo la mole di lavoro del nostro antiterrorismo molto più maneggevole rispetto a quella delle controparti d’Oltralpe. Basti pensare all’emergenza foreign fighters: i jihadisti unitisi alle file del Califfato in Siria sono quasi 2000 dalla Francia, poco meno di mille dalla Gran Bretagna e dalla Germania, e alcune centinaia anche da Paesi dalle dimensioni ridotte come Belgio, Austria e Danimarca.

Quelli nostrani, invece, sono meno di cento, sintomo che la penisola non è ancora diventata un bacino di quella sottocultura salafita/jihadista che, invece, è diventata popolare tra tante seconde generazioni islamiche in Paesi del Centro-Nord Europa. Si aggiunga a ciò un ruolo relativamente defilato in politica estera e un ottimo controllo da parte dell’antiterrorismo, e si ha una situazione di relativa calma.

La variabile che potrebbe stravolgere l’equazione, il volano di un possibile aggravarsi della minaccia, è la Libia. Da mesi lo Stato Islamico e i suoi simpatizzanti ci minacciano sia attraverso filmati con carri armati che sventolano i temuti drappi neri e bianchi puntando al Colosseo e riferimenti al passato coloniale, sia per mezzo degli ormai routinari annunci di prossime conquiste di Roma e del Vaticano. Ma è chiaro che la possibilità di ritorsioni aumentano vertiginosamente in caso di un nostro coinvolgimento più attivo nel caos libico.

Pur senza avere la palla di cristallo o voler essere allarmisti, gli scenari possibili sono molteplici. Una prima minaccia emana direttamente dalla Libia, dove i seguaci del Califfo potrebbero attaccare non solo i pochi obiettivi italiani ancora presenti ma anche spingersi nel Mediterraneo, prendendo d’assalto imbarcazioni militari e commerciali (pescherecci, navi da crociera) italiane. Ma la paura più forte è quella per attacchi sul nostro territorio. I servizi parlano di minaccia «strutturata» o «puntiforme». La prima è quella che emana direttamente dallo Stato Islamico ed è quella potenzialmente più letale. Si possono ipotizzare commandos di terroristi che arrivano da fuori e che seminano il terrore con attacchi sincronizzati. Gli attacchi di novembre a Parigi, perpetrati da una cellula di base nella vicina Bruxelles, hanno mostrato come quel «fuori» possa essere anche un altro Paese europeo dal quale gli attentatori, con tutta probabilità foreign fighters con passaporti europei, possono giungere indisturbati e all’ultimo minuto. Ma si teme anche l’attivazione di cellule dormienti già presenti sul territorio. In tal senso desta particolare paura il network legato ad Ansar al Sharia, formazione jihadista tunisina ormai di base in Libia. Alcuni dei leader del gruppo, infatti, avevano dimorato a lungo tempo nel Nord Italia e hanno mantenuto contatti nel nostro Paese.

La minaccia puntiforme, invece, è quella dei lupi solitari, schegge impazzite autoctone e auto-reclutate che si attivano spontaneamente. Potenzialmente meno letali, sono però di più difficile individuazione proprio per la mancanza di contatti con reti strutturate note all’intelligence. Di esempi ce ne sono già stati, dal convertito siciliano Domenico Quaranta che aveva fatto detonare varie bombole del gas per ritorsione all’invasione dell’Afghanistan del 2001, al libico Mohamed Game che cercò di farsi saltare in aria davanti ad una caserma di Milano nel 2009. Oggi il numero dei potenziali lupi solitari è di molto cresciuto, anche grazie alla diffusione del credo jihadista sui social network.

Questi vari scenari, ben noti alla nostra intelligence, che possono derivare da un nostro maggiore coinvolgimento in Libia, vanno soppesati con i rischi di una mancata azione, che probabilmente porterebbe ad una metastasi del cancro jihadista in territorio libico e, nel lungo termine, ad una più grave minaccia per la nostra sicurezza. In ogni caso, è evidente che il caos libico avrà ripercussioni sul nostro Paese.

  • Lorenzo Vidino è il direttore del programma sull’estremismo presso la George Washington University di Washington DC  / *lastampa
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