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Matteo Renzi
Editoriali

Il PD è nelle mani di Renzi ma, si chiede Geremicca, è ancora lui l’uomo per vincere?

Matteo Renzi incassa la vittoria nei circoli e Federico Geremicca commenta: il partito è nelle mani di Renzi, “L’interrogativo è ora se sia ancora lui l’uomo con le maggiori possibilità di portare il Pd alla vittoria contro Grillo e Salvini”.

Il partito nelle mani del leader

È solo il primo round, in attesa che si esprimano i simpatizzanti e gli elettori del Partito democratico: ma dal voto degli iscritti nelle primarie per la scelta del nuovo segretario Pd, qualche indicazione non irrilevante è già arrivata. La prima – e più evidente – non può che riguardare il consenso fatto registrare da Matteo Renzi, valutabile (a conteggi quasi conclusi) in quasi il 70 per cento dei voti espressi nei circoli.

È opportuno partire da qui perché non bisogna dimenticare l’interrogativo che ha accompagnato l’avvio di questa campagna congressuale: riuscirà Renzi a superare il 50 per cento o stavolta, invece che nei gazebo, il segretario sarà eletto dall’Assemblea nazionale (con tutta l’incertezza conseguente)? L’interrogativo sembra risolto dalle indicazioni che arrivano dai circoli, con una percentuale che getta alle ortiche la critica più tagliente rivolta per anni a Renzi dalla ex minoranza Pd: è un corpo estraneo rispetto al partito, un usurpatore.

Il voto degli iscritti (del partito, cioè) ha fatto piazza pulita di un’accusa che, del resto, era sempre stata assai difficilmente dimostrabile.

Un’altra indicazione che dovrebbe far riflettere, viene dal buon risultato fatto registrare da Andrea Orlando: nonostante una «discesa in campo» preparata poco o nulla, il ministro della Giustizia raccoglie un consenso intorno al 25 per cento. Si tratta di un risultato di tutto rispetto che non solo fa di queste primarie delle primarie «vere», per dir così, ma suggerisce una riflessione non oziosa: come sarebbe andata se – invece di battere la via della scissione – Bersani, Speranza e gli altri leader che hanno abbandonato il Pd fossero rimasti nel partito per sostenere la sfida di Andrea Orlando?

Più o meno come previsto, invece, il risultato di Michele Emiliano, che aveva proprio nel voto degli iscritti il suo tallone d’Achille. Le previsioni, però, danno la sua percentuale in crescita quando la parola passerà ai gazebo, ma non si sfugge alla sensazione che il governatore della Puglia abbia pagato una campagna un po’ troppo «grillina» e segnata – soprattutto – dalla rivelazione di quegli sms relativi al caso-Consip, a molti sembrata un modo per «far fuori» il segretario del partito per «via giudiziaria».

Percentuale più, percentuale meno – insomma – la prima parte di queste primarie non ha fornito particolari sorprese. Per gli organizzatori, anzi, può esser considerato un successo il fatto stesso che vadano in archivio con un tasso polemico, al momento, assai contenuto. Non è cosa da poco, se si ripensa all’effetto-boomerang avuto da molte primarie in passato (da Napoli alla Liguria). È vero che manca ancora la prova dei gazebo: ma in questo primo round, almeno, di tessere false o gonfiate nei numeri si è parlato (e denunciato) entro livelli che potrebbero, in qualche modo, esser definiti fisiologici.

In attesa del 30 aprile e del voto ai gazebo, restano due interrogativi. Il primo riguarda Matteo Renzi e il fatto se sia ancora lui l’uomo con le maggiori possibilità di portare il Pd alla vittoria contro «Grillo e Salvini», per dirla come la sottosegretaria Boschi. Il secondo investe, invece, proprio le primarie, alle quali il Partito democratico cominciò a far ricorso in epoca di maggioritario per selezionare i propri candidati a ruoli e cariche istituzionali di fronte all’impossibilità per i cittadini di esprimere voti di preferenze.

Oggi, invece, nella discutibile corsa all’indietro avviata dopo il referendum del 4 dicembre, la stagione del maggioritario sembra destinata alla rottamazione, a tutto vantaggio di un ritorno al proporzionale e – appunto – alle preferenze. E così, non ci meraviglierebbe se anche le primarie finissero in soffitta: strumento talvolta dannoso e soprattutto inutile in un’era che sembra il futuro ma è null’altro che un mesto ritorno al passato.

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