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RAFFAELLA SILIPO
Editoriali

Il nostro errore: nessuna cura per chi ci cura

Nessuna cura per chi ci cura

Calcolare il tasso di rendimento di un’obbligazione è davvero più importante che rispondere alle domande di un bambino o tenere la mano di una persona che muore?

Così sembrerebbe, almeno stando alla considerazione sociale di cui nel nostro mondo gode un analista finanziario in confronto a una maestra d’asilo o una badante. Rispetto e timore reverenziale per chi si occupa dei nostri soldi (o delle nostre cause legali, o dei nostri prodotti), condiscendenza e senso di superiorità verso chi cresce i nostri figli o accudisce i nostri genitori anziani. Una contraddizione profonda abita i meccanismi sociali di questo scorcio di millennio: l’istinto di prendersi cura delle persone amate nei momenti di fragilità è profondo e radicato nella specie umana, eppure oggi è previsto che venga il più possibile sminuito e delegato a qualcun altro. Non solo: a qualcuno a sua volta fragile, perché il suo lavoro non è socialmente riconosciuto e apprezzato, perché è sottopagato, perché spesso (pensiamo all’esercito di badanti e baby sitter straniere) è addirittura fatto sottobanco, in nero, lontano da casa e dalla propria famiglia. Facile che queste persone fragili, cui è affidato un compito tanto importante e delicato, a volte crollino sotto il carico emotivo della responsabilità e avvengano i terribili fatti di cronaca di cui prontamente ci scandalizziamo.

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Il punto, per tornare alla domanda iniziale, è che in realtà sappiamo benissimo quanto sia più difficile allevare un bambino o accudire un malato che vendere una qualsiasi merce. Così difficile che preferiamo farlo fare a qualcun altro, possibilmente più debole di noi, per poterlo inondare di suggerimenti marginali sulle corrette procedure (che il bambino mangi la verdura, mi raccomando, e vesta a strati) e sentirci poi meravigliosamente leggeri nel poter giudicare i suoi errori.

Forse questa proiezione collettiva è inevitabile: riusciamo ad affrontare le nostre paure più profonde solo spostandole e mettendo in atto una gigantesca illusione di controllo: quando diamo la mancia all’infermiere della casa di cura ci sembra di controllare anche la morte. Se non possiamo agire diversamente, possiamo almeno correggere un po’ il tiro: incominciare a riconoscere uno status adeguato a chiunque, per lavoro o per affetto, si prenda cura degli altri. A sorridere con orgoglio se nostro figlio vuol fare il maestro elementare e non il manager. Non per giustizia astratta, ma perché siamo fragili. Tutti.

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