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MASSIMO RUSSO
MASSIMO RUSSO
Editoriali

Non i conti ma la creatività è qui la stanchezza di Apple

L’iPhone non squilla più come una volta Dopo tredici anni di crescita ininterrotta Apple fa registrare un calo del 13 per cento nei ricavi. È una battuta d’arresto, non una crisi: l’azienda fattura comunque 50,5 miliardi di dollari nel solo primo trimestre del 2016 e resta pur sempre la prima società al mondo per capitalizzazione, seguita da Alphabet, la holding di Google, e da Microsoft. Ma il segno meno è indice di una sofferenza. Erano stati gli stessi vertici della società ad anticiparlo a gennaio, mettendo sull’avviso il mercato.

Nel settore dei telefoni il trimestre si confronta con un periodo che aveva visto il boom dell’iPhone 6. Oltre alla congiuntura, però, c’è una stanchezza strutturale. Da una parte in Occidente la concorrenza negli smartphone di fascia alta è sempre più forte – vedi alla voce Samsung e Huawei – dall’altra crescono nuovi marchi, come Xiaomi, che in Cina stanno conquistando fette di mercato di rilievo facendo leva sul prezzo. Non è un caso che qui le vendite Apple calino del 26%. Costruire un cellulare a Shenzhen, nella fabbrica del mondo, costa ormai meno di 20 dollari. È anche per questo che l’azienda ha deciso di lanciare un apparecchio a prezzo più basso, l’Se, che ha esordito a fine marzo.

Nel primo trimestre dello scorso anno la società guidata da Tim Cook, 55 anni, aveva venduto oltre 61 milioni di telefoni, 12 milioni di tablet iPad e 4,5 milioni di computer Mac. Su tutte e tre le linee di prodotto quest’anno troviamo un segno meno. Per gli iPad si tratta addirittura dell’ottavo trimestre di fila di diminuzione: il mercato è saturo, i dispositivi invecchiano lentamente, i tassi di sostituzione dunque restano bassi. Quel che è peggio, secondo gli analisti il calo è destinato a continuare anche nel trimestre in corso, e dovremo attendere in autunno la presentazione dell’iPhone 7, il vero salvadanaio di casa – da solo porta a casa i due terzi dei ricavi di famiglia – per assistere a un’inversione di tendenza.

Ma, al di là del ricambio dei prodotti esistenti, l’azienda che negli ultimi anni ha ridisegnato molte delle nostre abitudini, inventando gesti che prima non esistevano (pensiamo a come è diventato normale interagire con gli schermitouch, che fino a dieci anni fa per il grande pubblico non esistevano), si trova a un bivio importante della propria storia. Tutti i prodotti di cui abbiamo scritto, infatti, sono stati pensati quando ancora al comando c’era il fondatore Steve Jobs, morto nel 2011. Non che non ci siano nuovi dispositivi, l’Apple Tv e l’orologio Watch su tutti, ma nessuno dei due per il momento mostra la stessa dirompente capacità di crescita e la vitalità necessarie a creare mercati e bisogni che prima non sapevamo di avere.

La mela resta un frutto prezioso: servizi e software legati ai prodotti continuano a macinare denaro, dalla musica su iTunes alle applicazioni scaricate dal suo negozio digitale. Un flusso di ricavi sufficiente a renderla la società più profittevole, con una cassa che alla fine del 2015 ammontava a 216 miliardi di dollari.

Tanto per capirsi, una cifra sufficiente a risanare il 10 per cento del debito pubblico italiano. Ma secondo alcuni Apple ha perso almeno in parte la straordinaria forza innovativa che è stata alla base del suo successo. Qualche giorno fa il miliardario cinese quarantenne Ja Yueting ha dichiarato a Cnbc che i suoi prodotti «sono obsoleti». Un giudizio ingeneroso. Ma occorrerà tutta l’immaginazione di Joni Ive, il 49enne alla testa del design della società, nominato comandante dell’Impero Britannico dalla regina Elisabetta per i suoi meriti creativi, per stupirci ancora.

@massimo_russo

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