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Editoriali

Matteo-Beppe nemici per vocazione FEDERICO GEREMICCA*

Primarie «made in Cina» contro primarie di «cinquanta persone mandate a fare clic». Dunque, di nuovo Cinque Stelle contro Pd. Anzi: di nuovo Grillo contro Renzi. Un duello lungo ormai 24 mesi, e del quale – al momento – non si intravede la conclusione. 

Leader contro leader, un classico per la politica italiana. Cambiano i protagonisti (in peggio, secondo alcuni), ma non il copione: ieri Berlusconi contro Prodi, e prima ancora Craxi contro Berlinguer. 

Oggi, il «comico» contro il «rottamatore»: sulle primarie, stavolta, ma certo non solo su quelle. 

Col declino lento, ma inesorabile di Silvio Berlusconi, un centrodestra ridotto allo stato gassoso e le difficoltà di Salvini nel costruirsi un profilo da leader, in campo ci sono – praticamente – solo loro due, Matteo e Beppe: due che, per tanti aspetti, sembrerebbero fatti per intendersi, e che invece non perdono occasione per polemizzare e attaccarsi ogni volta con un po’ di veleno in più. 

I Cinque Stelle che organizzano sit-in davanti alla banca di «papà Boschi» e il Pd che trasforma il caso-Quarto (piccolo comune del Napoletano) nella Waterloo dell’intero Movimento; Renzi che punta le sue fiches sulla legge sui diritti civili e Grillo che si alza dal tavolo nella mano decisiva. Sono solo gli ultimissimi fuochi di un duello senza quartiere: del quale pochi immaginano la fine, mentre molti ricordano l’inizio.  

Giusto febbraio di due anni fa, Renzi presidente incaricato di formare un governo, Grillo subito ad attaccarlo. Storico, a modo suo, l’incontro in streaming tra i due leader. Beppe all’attacco, Matteo ancor di più. Pochi minuti per incontrarsi e dirsi addio, con la frustata finale dell’allora presidente del Consiglio in pectore: «Beppe, esci da questo blog…». Da allora, mai nemmeno un armistizio, ma un duello combattuto in ogni luogo, con ogni arma e con ogni mezzo. 

Naturalmente, le ragioni della durissima contrapposizione che sta segnando l’intera legislatura non sono né caratteriali né passeggere: infatti, messo come è messo oggi il panorama politico (intendiamo le forze in campo e il loro peso), Renzi scorge in Grillo l’ultimo ostacolo all’assunzione di un potere ancor più pieno e Grillo vede in Renzi la novità dell’ultima ora capace di sbarrargli il passo verso successi elettorali ancor maggiori. 

Si tratta di valutazioni non errate, che determinano – però – la classica situazione nella quale (complice anche la nuova legge elettorale) patti e alleanze non sono possibili: e l’interminabile duello, dunque, non potrà che concludersi con uno sconfitto ed un vincitore. Il tempo e i luoghi nei quali si deciderà lo scontro sono ormai del tutto noti: il voto amministrativo di questa primavera, il referendum costituzionale del prossimo autunno e le elezioni politiche del 2018, o magari un anno prima. 

Se da qui ad allora – e la prima tappa è ormai vicinissima – il centrodestra non dovesse trovare un assetto e dei candidati convincenti, la sfida per la primazia (nelle città e per la guida del Paese) non potrà che essere tra Pd e M5S: dunque, tra Matteo e Beppe, più precisamente. E’ per questo che la guerra senza quartiere ingaggiata dai due leader è inevitabile, da un lato, e decisiva per il futuro del Paese, dall’altro. 

In questa sorta di scontro continuo ieri Renzi ha però segnato un punto: il suo candidato alle primarie milanesi, Giuseppe Sala, ha vinto la sfida conquistando sul campo i galloni di candidato-sindaco del centrosinistra. Non sappiamo quanti cinesi hanno votato per lui: ma con malizia qualcuno giura che sono stati di certo più dei 300 (italiani) che hanno scelto Patrizia Bedori come candidata del Movimento Cinque Stelle. Trecento in tutto, non trecento su diverse decine di migliaia.  

 

*lastampa

 
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