EMANUELE FELICE
EMANUELE FELICE
Editoriali

La (timida) ripartenza del Meridione

Se il Sud riparte è certo una bella notizia. E i dati Istat sull’andamento del Pil nel 2015 consentono finalmente un po’ di ottimismo. Il Mezzogiorno sta uscendo da una delle più gravi recessioni della sua storia, allineandosi se pur con ritardo al resto d’Europa e superando anche il Centro-Nord. Ciò premesso, meglio evitare i facili entusiasmi. Perché a ben guardarli i numeri dell’Istat presentano luci e ombre.

Il leggero accenno di convergenza del Mezzogiorno (ma stiamo parlando di qualche punto decimale di differenza) è dovuto all’eccezionale performance dell’agricoltura: +7,3%. L’industria meridionale è invece ancora ferma, come del resto quella dell’Italia centrale.

Di contro, nel Settentrione è proprio l’industria che si è rimessa in moto: +1,6% nel Nord-Ovest e +2,6% nel Nord-Est. Per certi versi, quindi, il divario produttivo fra le due parti del Paese si è addirittura accentuato, almeno per quel che concerne la «divisione del lavoro» – come si dice in gergo. In un quadro di generale ripresa, l’intera Italia meridionale (che non dimentichiamolo fa 20 milioni di abitanti, il doppio della Grecia) rischia di specializzarsi in produzioni a più basso valore aggiunto, e a minore contenuto tecnologico, quali l’agricoltura e il turismo. Questo mentre nel Nord l’industria ha fatto reali progressi, peraltro con un rafforzamento delle produzioni a medio-alto valore aggiunto come la meccanica strumentale. In mezzo, l’importante apparato industriale del Centro Italia sconta la mancata innovazione, sia nella forma d’impresa sia nelle produzioni, cioè il fatto di essere rimasto legato più del Nord alla piccola dimensione e ai settori leggeri.

L’andamento degli altri settori, dai trasporti alle costruzioni, e qualche confronto internazionale suggeriscono che il Sud Italia stia seguendo un percorso simile al resto della periferia meridionale dell’Eurozona: dalla Grecia al Portogallo, ma per certi versi anche la Spagna, dove la crescita ha ripreso alcuni tratti speculativi (la bolla edilizia) tipici degli anni precedenti la crisi del 2008. Ben inteso, ci sono anche le luci – e queste non erano affatto scontate. L’aumento nei trasporti, ad esempio, è conseguenza del buon incremento registrato nei voli low cost, che a sua volta traina il turismo. E il balzo in avanti nell’agricoltura è davvero impressionante. Questi dati suggeriscono che nel Mezzogiorno vi sono oggi energie imprenditoriali di tutto rispetto (attori privati, ma anche operatori pubblici), che riescono nel mutevole contesto globale ad attivare flussi di esportazione di beni o di attrazione di servizi. È una buona base su cui ripartire, tale da consentire un cauto ottimismo.

Ma è solo la base, sia ben chiaro, sulla quale occorrerà costruire ben altro, se non si vuole che presto il divario con il Nord – e con il cuore dell’Eurozona – torni ad ampliarsi. Il Mezzogiorno non può vivere solo di agricoltura, per quanto specializzata (peraltro al Sud la terra coltivabile è poca, in rapporto agli abitanti), né di turismo; tantomeno di costruzioni. È necessaria una politica di attrazione degli investimenti industriali e di realizzazione dei grandi nodi infrastrutturali, politica di cui quest’anno abbiamo iniziato a vedere solo alcuni accenni, contraddittori: energico è stato ad esempio l’impegno del governo o di alcune regioni nell’attrazione di imprese, positiva la defiscalizzazione degli utili re-investiti (attuata in Campania); ma criticabile la scelta di procedere a quindici distinti patti per il Sud, senza alcun coordinamento. E poi bisogna stare attenti a non commettere errori, sempre in agguato dati alcuni connotati strutturali del nostro Paese: quest’anno molti voli low cost della Ryanair sono stati sul punto di andarsene, per l’aumento delle tasse aeroportuali legate al salvataggio di Alitalia. Un’eventualità solo in extremis scongiurata.

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