Federico Geremicca
Federico Geremicca
Editoriali

La rischiosa offensiva della Lega

Se la Lega non fosse un partito in salute, la dichiarazione di voto fatta ieri da Matteo Salvini (in un ipotetico ballottaggio tra la Raggi e Giachetti, la Lega a Roma sceglierebbe la prima), ecco, questa dichiarazione potrebbe somigliare ad una sorta di «staffetta»: un ideale passaggio di testimone, insomma, dal primo vero partito antisistema italiano – il Carroccio, appunto – ai nuovi arrivati del Movimento Cinque Stelle. La Lega, però, non è in declino, e le cose – dunque – non possono stare così. E infatti, piuttosto che un annuncio a sostegno del partito avvertito come il più vicino, la sortita del leader leghista sembra un nuovo capitolo della guerra sorda in atto tra le due maggiori forze anti-establishment del panorama politico italiano.

È una guerra che Grillo e Salvini stanno combattendo ormai da tempo evitando di portare, almeno per ora, i rispettivi movimenti allo scontro frontale, ma piuttosto sparando con ogni tipo di munizione contro quello che viene considerato – evidentemente – il nemico comune.

E cioè il Pd di Matteo Renzi, reo di essere il partito-architrave del sistema politico e l’argine più resistente (forse addirittura l’unico rimasto) di fronte alla bufera antisistema che spazza il Paese.

Ognuno, naturalmente, è libero di scegliere il nemico che vuole e di combatterlo (leggi e codice penale permettendo) con i toni e gli argomenti che ritiene: quel che dovrebbe essere evidente, però, è che la guerra in atto – condotta con la violenza e la spregiudicatezza con cui è condotta – rischia di produrre danni non solo e non tanto al Pd, quanto a qualcosa di assai prezioso e che dovrebbe stare a cuore a tutti. Potremmo chiamarlo spirito civico, tessuto connettivo. O perfino orizzonte comune. Tutto quel che solitamente tiene insieme, insomma, una comunità.

Gli effetti di questa guerra – improntata sempre più all’odio che alla polemica politica – cominciano purtroppo a manifestarsi in tutti i loro aspetti: fino a condizionare le valutazioni di un giudice solitamente illuminato arrivato a sostenere, tout court, che tutti i politici rubano. Il clima da vigilia elettorale certo non favorisce tregue, anzi. E nell’ultimo paio di settimane ci si è incamminati verso una sorta di cupio dissolvi che potrà forse portare qualche voto in più alle forze antisistema, ma a prezzo di ferite gravissime inferte all’intero Paese.

Tra i partiti, per dirne solo una, è ormai in corso una sorta di gara a chi accusa con più violenza l’avversario di corruzione, ruberie e pratiche di malaffare. Un rimpallo continuo tra le vicende e le inchieste di Potenza e di Lodi, di Parma e di Livorno, di Quarto e della Sicilia. I toni più duri e sprezzanti, sono sempre quelli usati dalla Lega e dagli uomini di Grillo: salvo poi esser ripagati con la stessa moneta quando a finire nei guai (magari per vicende perfino irrilevanti) sono sindaci o amministratori leghisti o grillini.

E’ una escalation della quale non si vede la possibile fine. E non giureremmo che con le battute razziste di Grillo all’indirizzo del sindaco di Londra o gli attacchi di Salvini al Capo dello Stato, si sia toccato il fondo. La guerra in corso, infatti, sembra non aver quartiere. E gli effetti sono perfino paradossali.

Dopo aver stravolto un referendum (quello sulle trivelle) fondendolo con inchieste che con le piattaforme in mare non c’entrano niente e dopo aver avviato una campagna (quella del plebiscito su Renzi) che rischia di mutare il senso del referendum costituzionale di ottobre, è in corso uno scontro elettorale interamente combattuto al grido «loro rubano di più», nel quale lo spazio per le idee ed i programmi da minimo che era è diventato nullo. I cittadini-elettori osservano, ascoltano e non sanno che pensare. O forse lo sanno. E allora auguri al vincitore, chiunque esso sarà: dopo il tanto odio seminato, il rischio è trovare non municipi da governare, ma cumuli di macerie da sgombrare. Con buona pace di «onestà», «omertà» e stupidaggini simili.

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