Mala tempora currunt
Editoriali Politica

Italia, Governo: mala tempora currunt sed peiora parantur

Mala tempora currunt sed peiora parantur (Stanno passando brutti tempi, ma se ne preparano di peggiori) alias: Stiamo vivendo brutti tempi, ma se ne preparano di peggiori.

Il primo a dirlo sembra sia stato Marco Tullio Cicerone ( Arpino, 3 gennaio 106 a.C. – Formia, 7 dicembre 43 a.C.). Ciò che è certo è che oggi, 8 Maggio 2018, e quindi dopo 1.900 anni circa, lì stiamo tornando grazie ai Masaniello e al re nudo di turno: fieri ed orgogliosi NON POLITICI, secondo moda ed incoscienza corrente. Ed anche il tempo meteorologico sembra aggiustarsi alla situazione tanto da portarci (sembra) finanche grandine nell’ A.D 2018 mese di Maggio. Bah! Ma questo, comunque, è altro anche se, volendo, ci si può vedere – parafrasando – le tante italiche lacrime che scorreranno come temporale e finanche si ghiacceranno per l’apatica “freddezza” di quanti sopra.

Ma torniamo all’intricata situazione nella quale solo noi italioti potevamo metterci plaudendo alla boutade del “NO a Politici di professione” come se il professionismo – se fatto seriamente come il termine richiede ed indica – fosse una piaga da rigettare a favore dell’improvvisato, magari anche ignorante, meglio ancora se un tantino già delinquentello (per i non italiani: petit délinquant; punk – petty criminal) dato che così sarà poi più ricattabile da alcuni, e più simile ad altri.
Ma si può essere così ottusi da non accorgerci che è come se, necessitando di un Medico, un Avvocato, un Chirurgo ecc ecc, noi ci informassimo se ne hanno abilitazione, laurea, esperienza e capacità e, in caso affermativo, dicessimo: NO GRAZIE, tu sei un professionista, meglio il salumiere sotto casa (pur con tutto il dovuto rispetto ai salumieri e alla categoria) o l’accattone che gironzola per strada. Assurdo, no?
Eppure è questa la strada che abbiamo imboccato grazie alla primigenia imbonitùra dell’ex Cav Berlusconi, tuttora in scena e sempre attivo nell’immarcescibile mercato delle vacche.

Il 4 Marzo scorso, come tutti ormai sappiamo, è andata in scena la Commedia delle democratiche elezioni, ma all’italiana, alla “Bella Addormentata nonché alla Biancaneve: ma sì, siamo italioti, abbondiamo. Come si dice: Melius est abundare quam deficere; no?”.

Risultato? Chi per un verso, chi per altro, ci siamo addormentati e, sonnecchianti, abbiamo votato senza nemmeno vedere cosa e poi…… Poi, l’azione del votare in quel modo ed in quella condizione, è stato come addentare la famosa mela avvelenata dato che, nel sistema delle votazioni, c’era il verme velenoso che tutto avrebbe, comunque, marcito. E, di fatto, eccoci ad oggi, 8 Maggio 2018, 65 giorni dopo le Biancanevate Addormentate, immersi in un gran polverone e con finanche il sempre compassato Mattarella fuori dai gangheri e seriamente incavolato, sia pur sempre in modo “misurato e contenuto” che avanza l’ipotesi di un ritorno al voto in estate.

Dopo l’ultimo giro di consultazioni (il terzo della serie), infatti, il presidente della Repubblica Mattarella propone ai partiti un governo “neutrale e di garanzia” al fine di far calare la polvere e provare a venir fuori dal casotto combinato dall’italico popolo sempre più credulone. Ma anche questo sembra essere stato inutile per cui incassa il no di Lega e M5S che non “gradiscono” la proposta, gridano al complotto e, con Di Maio e Salvini, ancora una volta concordi, dichiarano che vogliono tornare alle urne l’8 luglio (o più (ir)realisticamente il 22 luglio: magari con i piedi in acqua al mare e una mano in cabina, ma non del mare).
E fa niente se così facendo mettono in essere uno “sgarbo istituzionale” nei confronti di Mattarella, e quindi del Quirinale, e quindi di noi tutti che stiamo qui ad attendere che cali il sipario sull’indecente Commedia in scena da, ormai, ben 65 giorni.

Il grido del momento è: al voto, al voto. E qui si torna a Biancaneve con i sette nani che in fila cantano: al voto, al voto, andiamo a votar, e anche se siamo con le chiappe al mar, andiamo a votar, nella cabina sulla spiaggia.

Che fare? Niente. Aspettare che è la cosa migliore che sappiamo fare e pregare pensando: io speriamo che me la cavo

Stanislao Barretta

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