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Editoriali

Il ritorno della tempesta perfetta MARIO DEAGLIO*

Ai tempi delle grandi cadute di Borsa del 2008 fu utilizzata l’espressione «tempesta perfetta» per descrivere lo stato dei mercati finanziari. La realtà, però, supera spesso la fantasia e ieri siamo stati testimoni di una ben maggiore tempesta: un’incredibile miscela, potenzialmente disastrosa, di finanza e religione, di strategia e politica, di dati economici di breve periodo e problemi di portata storica ha percorso il mondo nel giro di poche ore. 

Improvvisamente e quasi contemporaneamente, quattro venti cattivi hanno preso a soffiare a ritmo di bufera. Il primo, squisitamente economico, è venuto da Est, e precisamente dalla Cina, dove gli ultimi dati indicano un rallentamento sempre più marcato della crescita economica. Il resto del mondo non potrà attendersi dalla Cina, nei prossimi trimestri, nuovi, importanti stimoli all’espansione economica. Dietro la realtà scintillante di un traboccante sviluppo e di nuove iniziative, fa capolino un’altra Cina, inquinata e insicura, incapace di rappresentare con la sua crescita, come molti avevano sperato, un’oasi di certezza per il resto del mondo. 

Il secondo vento cattivo soffia da Sud, o se si preferisce da Sud-Est, dove la tensione tra sunniti e sciiti si è tradotta in uno scontro durissimo. 

Dopo l’esecuzione di un capo religioso sciita, in pochissime ore si è passati dalla sospensione delle relazioni diplomatiche e dei collegamenti aerei tra Arabia Saudita e Iran alla concreta prospettiva di una guerra religiosa medio-orientale senza precedenti in tempi moderni. 

Quando da noi erano le tre e mezzo del pomeriggio, il suono della campanella di Wall Street apriva le contrattazioni nella maggiore Borsa del mondo e si è trattato del peggior inizio d’anno nella storia finanziaria degli Stati Uniti: la debolezza dei titoli petroliferi, la situazione non chiara di molte banche, la mancanza di buoni segnali di crescita hanno creato un cocktail di negatività con pochi precedenti. I circa 400 punti persi dal maggior indice di Borsa americano (una caduta oltre il 2 per cento) sono un segnale dell’attuale fragilità dell’economia americana. 

E infine ecco il quarto vento di tempesta, un ciclone che scuote un’Europa incapace di prendere alcuna vera iniziativa né sul fronte del terrorismo né su quello delle migrazioni, con un’economia che complessivamente vivacchia senza riuscire a dare vere prospettive di lavoro ai giovani; un’Europa che almeno per il momento, non si sgretola ma sicuramente si screpola. 

Una nuova screpolatura si è infatti aperta a metà giornata con la decisione della Svezia di reintrodurre (dopo decenni) il controllo di identità ai confini con la Danimarca per frenare l’afflusso dei profughi dal Medio Oriente; immediatamente dopo, la Danimarca ha deciso di fare lo stesso ai confini con la Germania. Va considerato che un’intera generazione di giovani europei (gli stessi che faticano a trovar lavoro) trova perfettamente naturale passare senza controlli da un Paese all’altro: per quanto temporaneo e selettivo, il ritorno dei controlli su chi passa i confini rappresenta uno «choc culturale» prima ancora che un brutto passo indietro. L’Europa rende più difficile il movimento delle persone forse perché non sa bene dove vuol andare. Forse solo la Signora Merkel, ormai a fine carriera e quindi senza un vero problema di rielezione, potrebbe cercare di recuperare il «senso» dell’Europa. 

Dove ci porterà tutto questo? È difficile dirlo perché l’intreccio, a livello mondiale, di un numero così elevato di fattori di natura diversa non ha riscontro nella storia recente, perché le ricette del passato non consentono di affrontare una situazione così complessa e perché nessuno sembra avere più alcuna vera forma di controllo su quanto sta avvenendo. La tempesta, per ora, non tocca le realtà, relativamente piccole, come il tentativo italiano di trasformare un rimbalzo congiunturale in una vera e propria ripresa economica e occorre aggrapparsi proprio alle piccole realtà positive per affrontare «dal basso» una situazione in cui le vie d’uscita appaiono problematiche e lontane. Per questo il caso italiano, con tutte le sue difficoltà, ha una rilevanza europea e, forse, mondiale. 

 

*mario.deaglio@libero.it / lastampa

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