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ANDREA MONTANINO
Editoriali

Il debito sano che serve al Paese. ANDREA MONTANINO*

Negli ultimi tre giorni, due importanti riunioni, una a Shanghai con l’incontro tra i ministri delle Finanze e dei Governatori delle banche centrali delle 20 economie più influenti del pianeta (G20) e l’altra a Roma, tra il Presidente Renzi e il Presidente della Commissione Europea Juncker, hanno trattato sostanzialmente lo stesso tema: come far ripartire la crescita e il ruolo dei bilanci pubblici. 

Che la ripresa sia fragile è emerso molto chiaramente a Shanghai.

Preoccupa il rallentamento della Cina, che sta riducendo la domanda di materie prime. Preoccupano alcuni grandi paesi emergenti come il Brasile che, tra corruzione, inflazione, recessione e alto debito pubblico è forse il candidato numero uno per la prossima crisi. Preoccupa il basso prezzo del petrolio e i suoi effetti destabilizzanti, non solo su alcuni paesi fortemente dipendenti dalle entrate derivanti dalla vendita di greggio, ma anche per le conseguenze che si potranno determinare sulla nuova industria dell’estrazione di petrolio (e gas) nata in questi ultimi anni negli Stati Uniti. 

Tutte queste incertezze si innescano in un complesso scenario geopolitico: Siria, Libia, crisi dei rifugiati in Europa, Ucraina, tensioni tra Russia e Turchia, referendum in Gran Bretagna solo per citare le questioni più evidenti. Curiosamente, le grandi crisi stringono nella morsa l’Europa, che a sua volta è, mai come ora, alla ricerca di una nuova identità.

In questo scenario che, secondo le parole del Cancelliere inglese Osborne pronunciate durante i meetings presenta elementi di rischio molto elevati, è difficile immaginare soluzioni globali. Il G20 non è però neanche riuscito a trovare delle linee condivise di azione, e si è limitato ai soliti buoni propositi. E’ dunque a ciò che manca nel comunicato finale, piuttosto che ai suoi contenuti, che bisogna guardare.

Manca una linea comune da seguire per rilanciare la crescita e il punto della contesa rimane il debito pubblico: c’è chi vorrebbe più spesa pubblica e meno tasse (dunque più deficit e debito) per rilanciare la crescita nel breve periodo e chi invece considera questo tipo di politiche inadatte e pericolose. Tra i primi si schierano le grandi organizzazioni economiche internazionali, Ocse e Fondo Monetario Internazionale. Tra i secondi, la Germania.

Chi dovrebbe fare politiche di stimolo fiscale sono, secondo Ocse e Fmi, i Paesi che hanno margini di bilancio. Ma se guardiamo alla nostra Europa ad esempio, soltanto cinque Paesi su 28 – Germania, Olanda, Lussemburgo, Slovacchia e Estonia – vengono considerati dalla Commissione Europea pienamente in linea con gli obiettivi del Patto di Stabilità e Crescita e quindi potrebbero avere la possibilità di politiche espansive. Inoltre, non va dimenticato che il debito pubblico aggregato dell’Unione Europea è aumentato in modo consistente negli ultimi anni, passando da poco meno di 8 mila miliardi di euro nel 2008 a più di 12.500 miliardi nel 2015, con un aumento del 60 per cento. Questi due elementi, porterebbero a dire che no, non c’è molto spazio per fare politiche espansive e che la crescita va stimolata in altro modo.

Dall’altra parte però va considerato l’eccezionale basso livello dei tassi di interesse a cui molti paesi finanziano oggi il loro debito pubblico: Germania, Francia e Olanda emettono nuovo debito a 10 anni con tassi inferiori allo 0,5 per cento; Italia, Spagna, e Gran Bretagna sono tra l’1 e il 2 per cento, cosi’ come gli Stati Uniti e il Canada. Si capisce come, a questi tassi, sarebbe oggi conveniente indebitarsi.

Il punto di equilibrio tra le due posizioni va ricercato non su quanto spendere, ma soprattutto come spendere, la qualità più che la quantità. Affinché una politica espansiva abbia successo in un era di alti debiti pubblici come quella che vivono oggi molti Paesi, e certamente gran parte dell’Europa, è necessario che la maggiore spesa pubblica sia indirizzata su interventi che diano, nel medio periodo, rendimenti più elevati dei costi. Solo in questo modo i mercati finanziari vedrebbero con benevolenza un aumento del debito pubblico, continuerebbero a comprarlo e aumenterebbero la fiducia nel Paese. Con i costi di finanziamento a livelli storicamente bassi questo è possibile, e investimenti pubblici di qualità in infrastrutture, ricerca e capitale umano avrebbero probabilmente tale effetto.

Se invece il maggior debito pubblico venisse a determinarsi attraverso una riduzione di tasse, i policy makers dovrebbero trovare gli strumenti per favorire una maggiore spesa privata in iniziative che hanno effetti benefici nel lungo periodo: ancora una volta, infrastrutture, ricerca, capitale umano.

L’Italia potrebbe farsi portavoce di questa terza via perché ha dimostrato in modo inequivocabile nel corso degli ultimi 20 anni di avere la capacità di gestire il suo debito pubblico senza traumi. E’ per questo che l’incontro di Roma tra Renzi e Juncker è importante: non si tratta di ottenere qualche decimale di flessibilità quest’anno, ma promuovere un approccio diverso. Uno sforzo coordinato tra bilancio europeo e bilanci pubblici nazionali, magari anche l’emissione di eurobond per la crescita che finanzino infrastrutture, ricerca e capitale umano verrebbe visto non come un tentativo di guadagnare qualcosa nel breve periodo ma come una nuova politica economica europea.

*lastampa

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