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Musulmani in chiesa
Editoriali

Ieri, in Chiesa, Cattolici e Musulmani uniti per isolare il terrore jihadista

Oltre ventitremila musulmani, scrive oggi Molinari, sono andati nelle chiese italiane per denunciare il terrorismo jihadista dopo il brutale omicidio di padre Jacques Hamel in Francia. La giornata ha sancito “un’alleanza per isolare il terrore“, scrive Linda Laura Sabbadini e, per raccontarla, siamo entrati nelle chiese dove musulmani e cattolici si sono seduti fianco a fianco.

Leggiamo cosa ha scritto Sabbadini nell’editoriale pubblicato oggi su la Stampa:

L’alleanza per isolare il terrore LINDA LAURA SABBADINI

È una cosa importantissima quella che è successa ieri con musulmani che pregano nelle chiese, segno di grande speranza che non può che renderci felici. Il susseguirsi drammatico degli attentati quasi non ci permette di riflettere.Siamo sostanzialmente travolti dalle emozioni. Immagini, preoccupazioni, sdegno, rabbia, grande dolore. Isis o non Isis è evidente che sono musulmani gli autori degli attentati.

L’Oms chiede cautela ai media nel trattare i suicidi, per il pericolo accertato di indurre ad emulazione. L’Isis gioca molto sull’effetto emulazione, anche se non sei un soldato dell’Isis, ma uno sbandato, va bene lo stesso. E in effetti l’ emulazione c’è stata . Creare panico e terrore vuol dire costringerci a limitare le nostre vite, a limitare la nostra felicità. Dobbiamo saper reagire adeguatamente, noi e i musulmani che vivono nel nostro Paese e non si riconoscono in questi atti. E questo è stato un primo grande segnale. Nel 2016, secondo l’Ismu, i musulmani nel nostro Paese sono 1 milione 400 mila, ma di nazionalità diverse da quelle che vivono in Germania o in Francia.

Da noi sono fondamentalmente di origine marocchina (424 mila) e albanese (214 mila), seguiti da Bangladesh, Pakistan, Tunisia, Egitto, ciascuno intorno ai 100 mila e poi un po’ meno Senegal e Macedonia. Tra gli stranieri che vivono in Italia, i musulmani si caratterizzano nel dare, più degli altri, un peso elevato alla religione. Il dialogo interreligioso è, quindi, fondamentale, ma non basta per costruire ponti. Noi li accogliamo con grande rispetto, loro a loro volta devono rispettare le regole del vivere civile, fatte di diritti e doveri di uomini e donne del nostro Paese, fatto anche di libertà femminile.

INSIEME potremo sconfiggere un comune nemico, perchè di questo si tratta. Insieme dobbiamo anche saper alzare il livello di guardia. La miglior difesa, ricordiamocelo, è quella informale, se tutti facciamo attenzione ai particolari, tante cose possono essere evitate o prevenute. Ciò non vuol dire stare permanentemente con l’ansia, ma abituarsi a vivere maggiormente come comunità, che sa difendersi da terrorismo e barbarie, insieme. Non sarà piacevole , ma bisogna essere tutti più vigili, per rendere più estesa e più sicura la rete pubblica di sicurezza. E quando dico tutti, intendo tutti, anche e soprattutto i musulmani, che più di noi possono entrare in contatto con situazioni critiche. È necessaria una grande alleanza, tra i musulmani che rigettano la violenza, l’odio, il terrorismo, e noi tutti. Perché solo questa alleanza può aiutare a battere il terrorismo, le intolleranze, e a migliorare la qualità della vita di tutti. L’organizzazione della preghiera dei musulmani all’interno delle chiese in città francesi e italiane è una bellissima risposta che dobbiamo salutare come un ottimo inizio di percorso, di grande potere simbolico.

Essere visibili come musulmani nel rigetto di queste forme di violenza, come anche il poeta e scrittore Tahar Ben Jelloun ha sostenuto, facendo appello a tutti i musulmani, è il modo migliore per raggiungere una adeguata convivenza civile e per fare proprio quello che l’Isis non vuole, creare ponti. Farsi conoscere di più, nelle proprie usanze e cultura può aiutare a rimuovere ostilità e a superare pregiudizi, ad abbattere barriere e a rendere sempre meno possibile, per chiunque, operare con atti terroristi. Ma questo non riguarda solo i musulmani, riguarda noi in primis che dobbiamo saper costruire percorsi di integrazione con politiche adeguate, tenendo conto delle esperienze degli altri Paesi, sia in positivo che in negativo.

«Siamo sempre lo straniero di qualcun altro. Imparare a vivere insieme è lottare contro il razzismo», diceva sempre Tahar Ben Jelloun. Il che vuol dire che proprio questa azione comune può diventare elemento che difende tutti dal terrorismo sì, ma anche dallo sviluppo del razzismo nelle nostre società. Qualche anno fa partecipai ad un dibattito all’«Arte della Felicità», bellissima manifestazione che si tiene a Napoli ogni anno. Parlava Dervish Burhanuddin, maestro sufi. Lui gira il mondo, invitando la gente a risvegliarsi al senso e allo scopo della propria vita, ricordando loro l’elevata origine e destinazione che li attende, per aiutarli a vivere una vita del cuore pacifica, felice e riconoscente. Anche questo è essere musulmani. Ne rimasi affascinata, ma se lo aveste sentito, sareste rimasti affascinati anche voi.

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