Se il Colle parla a nome dell’Europa
Editoriali

Con Erdogan l’Italia dimostra che in politica estera sa ancora dire la sua

L’incontro di Mattarella con Erdogan dimostra che l’Italia è ancora capace di far politica estera”, scrive nell’editoriale Stefano Stefanini.

Se il Colle parla a nome dell’Europa

L’incontro di ieri di Sergio Mattarella con Recep Tayyip Erdogan dimostra che l’Italia è ancora capace di far politica estera. E che, nel magma dei compromessi e del piccolo cabotaggio che ci vede spesso al rimorchio di altri, questa politica estera ha ancora un’anima e un ancoraggio ai valori fondanti della Costituzione e della nostra società civile. E quando questi sono sul tappeto il Presidente della Repubblica non esita a intervenire. Chi scrive ne è stato testimone per sette anni e con due Presidenti.

Il colloquio di ieri è stato «franco» – in gergo diplomatico che è stato duro; i due interlocutori si sono parlati fuori dai denti. Non c’è il minimo dubbio che lo abbiano fatto con rispetto reciproco, ma questo non ha impedito che misurassero la distanza che oggi separa Roma da Ankara. O meglio: fra la piega autoritaria e insofferente del dissenso, presa dalla Turchia di Erdogan specie dopo il fallito colpo di Stato del 2016, e il sentire comune dell’Europa e della comunità atlantica.

Il presidente turco è arrivato in Italia con un messaggio articolato all’Europa. Nella sua intervista su queste colonne ha toccato corde sensibili. Non ha certo tutti i torti nel lamentare le tattiche dilatorie dell’Unione Europea.

Oltre all’incapacità di Bruxelles di offrire alla Turchia una via credibile e realistica verso l’adesione – o di metter in chiaro onestamente che nell’Ue non c’è posto per Ankara.

Bruxelles ha invece prolungato l’equivoco a tempo indeterminato frustrando le aspettative turche e spingendo Ankara in altre direzioni, verso altre alternative. Oggi l’Ue ha a che fare con un Erdogan non più plasmabile. Il presidente turco è diventato transattivo: il rapporto è diventato un «do ut des» in cui il presidente turco ha spesso il coltello dalla parte del manico, vedi flussi migratori. Bruxelles paga la conseguenza dei propri errori.

Il presidente Mattarella avrà simpatizzato con Recep Tayyip Erdogan sulle indecisioni e contraddizioni dell’Ue. Avrà ribadito che l’Italia vede il futuro della Turchia in Europa, una linea mantenuta coerentemente nel succedersi di governi a Palazzo Chigi. Il presidente Napolitano la confermò in visita di Stato ad Ankara. Ma ha anche tracciato la linea rossa. L’Ue non è un’associazione fondata solo sulle reciproche convenienze politiche, economiche o di sicurezza. Lo stesso dicasi per la Nato di cui la Turchia fa parte. Il Trattato di Washington fa riferimento alla comunità di valori, fra cui fondamentali sono democrazia, diritti umani, stato di diritto.

In Europa, come nella Nato, abbiamo bisogno della Turchia come partner e come alleato. Le porte, tutte le porte devono restare aperte. Ma Ankara deve sapere che se sceglie Europa e Atlantico anche il suo comportamento, tanto all’interno quanto all’esterno deve essere coerente. Se questo è stato il messaggio di Mattarella a Erdogan – e credo lo sia stato – il Quirinale ha fatto ancora una volta politica estera. Che è fatta sì d’interessi nazionali, ma d’interessi che poggiano sulle fondamenta delle idee e dei valori in cui ci riconosciamo. E questo va detto anche a amici come il presidente turco. La «franchezza» di ieri è tutta lì.

Dal 1500 il Quirinale è stata la casa di papi, re e presidenti. Ha i cromosomi dell’autorevolezza. Quando fa politica estera non scherza.

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vivicentro/L’Italia in politica estera sa ancora dire la sua
lastampa/Se il Colle parla a nome dell’Europa STEFANO STEFANINI

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