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FRANCESCO MANACORDA
Editoriali

Il diamante ora si compra anche in banca

Diamante – Se davvero è per sempre nessuno di noi, per ovvi motivi, lo saprà mai. Ma almeno per ora – in quest’epoca di ansie da tassi d’interesse sotto zero, mercati finanziari sull’ottovolante e mattone impiombato dalle tasse – un diamante ci può stare.

Lo pensano grandi banche che hanno cominciato a venderlo allo sportello, alternativa al vecchio Bot che non brilla più. Lo crede anche un nome antico come quello di Bolaffi, finora più noto per i valori bollati che per quelli carati, che ha appena annunciato il suo sbarco nel business.

Sarà un buon affare il diamante da risparmio? Non vi aspettate risposte definitive: come per ogni investimento molto dipende anche dalla durata e dall’obiettivo che ciascuno di noi si pone. No – in estrema sintesi – se si pensa di rivenderlo dopo pochi mesi o pochissimi anni, visto che una pietra preziosa non è facilmente liquidabile e le commissioni rischiano di tagliarne via un bel pezzetto; forse sì se le prospettive sono più lunghe. E comunque molto dipenderà anche dall’andamento del mercato delle gemme, che negli ultimi anni non è stato esattamente brillante: apertura di grandi giacimenti e domanda mondiale in frenata – proprio come è accaduto al meno nobile cugino petrolio – hanno spinto in basso le quotazioni dei diamanti all’ingrosso, di cui il colosso De Beers è il maggior commerciante al mondo.

Ma valori materiali a parte il ritorno del bene rifugio per eccellenza spiega molto della nostra epoca e delle nostre paure. In fondo che cosa c’è di più rassicurante – nell’epoca dei mercati immateriali e delle transazioni che spostano miliardi con un click – di una piccola gemma da tenere in mano o chiudere in cassaforte? E che cosa appare più solido di una pietra – preziosa sì, ma sempre pietra – di fronte al rischio che un calo dei tassi giapponesi, uno scandalo alimentare cinese, un attentato ai pozzi iracheni, un singhiozzo nelle vendite dell’iPhone o chissà che altro remoto episodio mandino all’aria le Borse di mezzo mondo?

Custodito nei sacchetti di pelle che si aprono all’improvviso rovesciando una piccola cascata abbagliante, cucito nella fodera dei vestiti o nascosto in un sottofondo per passare frontiere ostili e terribili gendarmi, in casi meno funesti splendente su un anello di fidanzamento, il diamante è ben incastonato nel nostro immaginario, stretto nella corona di mille libri e film. E anche quando è il più naturale dei prodotti del sottosuolo rimane un po’ artificiale, visto che nel corso degli anni a rifinirlo alla perfezione per renderlo sempre più attraente non sono stati solo i tagliatori di Amsterdam o New York, ma un esercito di geniali propagandisti. «Un diamante è per sempre» non dalla notte dei tempi, ma solo dal 1947, quando una pubblicitaria americana single che si chiamava Frances Gerety inventò lo slogan perfetto per la solita De Beers e per un esercito di aspiranti spose e fidanzate. Sarà un po’ meno romantico, ma oggi «un diamante è per sempre» almeno fino a quando l’economia non comincerà a luccicare un poco anch’essa e i tassi d’interesse torneranno a salire.

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