Ugo Magri
Ugo Magri
Editoriali

Così rottama la “diversità” della sinistra

Renzi si mette in sintonia con la quasi totalità degli italiani. Anziché polemizzare con i magistrati, che hanno preso di mira i sindaci Pd, denuncia per la prima volta l’esistenza di una «questione morale» nel suo stesso partito. «C’è, è un dato di fatto», ammette con un atto di realismo accompagnato a una certa dose di coraggio.

Perché in questo modo il premier manda in frantumi un mito. Rottama la pretesa di «diversità» su cui una parte della sinistra italiana aveva campato di rendita per trent’anni, dai tempi di Berlinguer. Le lusinghe del potere hanno reso corruttibile anche chi, una volta, se ne considerava immune: il leader Pd lo riconosce, ci appone anzi il suo timbro.

Sicuramente, dietro questa importante ammissione c’è un calcolo. Anzi, ce ne sono due. Il primo consiste nel mostrare alle toghe che lui non è come quel signore di Arcore, ha profondamente torto chi vorrebbe assimilarlo a Berlusconi.

Agli operatori della giustizia, Renzi è convinto di mostrare ben altro rispetto. Così come lo dà, lo pretende anche. Ma riconoscere i torti della politica gli conferisce più forza quando si tratterà di riformare i mali della giustizia.

Si percepisce poi nel premier la speranza di rimettere le vele al vento dei consensi. Che da parecchie settimane vengono erosi a vantaggio dei Cinquestelle proprio come conseguenza della «questione morale». Dopo ciascuno scandalo (che è presunto tale fino a sentenza definitiva) il Pd ha perso nei sondaggi non tanto, uno zero virgola. Eppure lo stillicidio di questi zero virgola che scivolano verso il partito di Grillo sta rendendo meno lunare la prospettiva di un sorpasso. Magari non alle Comunali del 5 maggio prossimo, ma alle elezioni politiche quando saranno. Accusare i grillini per le inchieste a loro carico, vedi il caso di Livorno, non cambia di molto la percezione collettiva. Renzi lo sa. Come è cosciente che un leader politico deve mostrare realismo, anche a costo di doversi ricredere come ha fatto proprio ieri con Calenda, chiamato a ricoprire il posto della Guidi allo Sviluppo Economico dopo nemmeno due mesi trascorsi in qualità di ambasciatore-manager presso la Ue.

Ma c’è un motivo in più per ammettere che esiste la «questione morale». È una ragione che con i sondaggi non ha nulla da spartire e riguarda semmai la qualità della classe politica locale. Finora Renzi aveva dato l’impressione di non curarsene troppo, affaccendato com’era nell’impresa di governo. Gli era sembrato, forse a buon diritto, più urgente sfidare la Merkel in Europa sui conti pubblici e sui migranti, oppure la sinistra interna sul Jobs Act, o tutte quante le opposizioni insieme sulla riforma costituzionale (per non dire dell’epica sfida sull’«Italicum»). Gli amministratori locali del Pd non erano mai stati, diciamola tutta, una sua vera priorità. E quando alle ultime elezioni regionali aveva dovuto farsene carico per scegliere i candidati governatori, aveva mostrato una presa sul partito a giudizio di molti insufficiente. Gli incidenti c’erano stati già, ma venivano derubricati a eccezioni rispetto a una regola di conclamato buongoverno.

Ora però sottovalutare le inchieste non è più possibile. Il premier pare aver capito che, se non metterà personalmente le mani nel partito, compresa la selezione dei suoi quadri locali, rischierà egli stesso di venirne trascinato a fondo. È giunto il momento di rompere certe incrostazioni del sottopotere che tra l’altro, vedi in Basilicata, riguardano i suoi contestatori interni perfino più del cosiddetto «giglio magico». Una cosa è certa: ammettere l’esistenza di una «questione morale», come ha fatto senza mezzi termini il premier, sarebbe un puro esercizio retorico se non venisse seguito da un impegno vero e serio per rinnovare il Pd. In alto e soprattutto in basso.

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