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Spelonga, Arquata
Editoriali

I Borghi magici ora rischiano di restare vuoti : Spelonga? Arquata?

«Notizie da Spelonga? Il centro di Arquata?» Le prime immagini che sono arrivate nella notte, una notte spezzata male da quella scossa fortissima e lunga, erano una foto di crolli ad Amatrice e una da Spelonga. E la notizia di Arquata messa male, malissimo, con i primi due morti accertati.

Spelonga. Uno dei paesi del cuore. Alla congiunzione di due parchi: quello dei monti Sibillini e quello dei monti della Laga (più selvaggio, più segreto). Paese piccolo, una frazione, quasi sconosciuto agli ascolani stessi nonostante sia stato il set del film di Pietro Germi «Serafino», la commedia del ’68 con Ottavia Piccolo e Adriano Celentano pastore pazzerello. Paese sospeso nel tempo, non solo per le case in pietra con scale esterne e logge e dettagli a bassorilievo agli angoli delle vie o sui portoni – angeli in volo, rosoni, animali, motivi geometrici – e non solo per il bar dove trovi le bustine di zucchero aromatizzato all’anice tante volte per il caffè non bastasse la correzione alla sambuca. Sospeso nel tempo anche per la chiesetta con una bella falce e martello dipinta su un muro laterale e guardata a vista da un cane pastore abruzzese accoccolato al sole, per una cucina esterna equipaggiata di tutto punto (casseruole in rame appese alla parete, un tavolo quadrato coperto da una cerata, la bombola di gas collegata ai fuochi) di una casa lungo la stradello che dal paese conduce ai pascoli. Sembra una cucina messa lì per invitarti a sedere come in certe fiabe: Riccioli d’oro, Biancaneve.

Paese della Festa Bella, ogni tre anni, in cui si sale sulla montagna per cercare un albero grande da portare a braccia in piazza per rievocare la battaglia di Lepanto perché anche qui, come in ogni borgo dell’Italia centrale, d’estate si rievoca qualcosa di antichissimo, possibilmente medievale, quasi sempre un evento storico o religioso, meglio se tutti e due: di quella battaglia in cui gli spelongani combatterono in massa contro i turchi, si conserva, nella chiesa principale, un ampio lembo di bandiera nemica.

Tutto attorno al paese, i boschi. Boschi di faggi e castagni, boschi di carbonaie. Sotto, prima di tornare sulla Salaria antica e a Trisungo con il suo bel ponte romano sul Tronto, la frazioncina di Faete con, in una radura, la chiesetta della Madonna della Neve, una delle neviere che un tempo costituiva il frigorifero della comunità.

E davanti, Arquata. Uno spettacolo con la rocca del mastio che sorge dai boschi verdissimi del monte Ceresa con il grande Vettore sullo sfondo. Arquata e la frazione di Pretare, paese di fate al seguito della Sibilla appenninica. Arquata e la sua posizione strategica nei secoli: luogo particolarmente munito sulla via Salaria, snodo verso Comunanza e Fermo da una parte, snodo per L’Aquila via Amatrice dall’altra, strada per Norcia. Ma soprattutto, per me, Arquata e la strada che sale a Forca di Presta, la strada che sale in vetta e scavalla nella straordinaria conca di Castelluccio, dove ogni anno a luglio si ripete la meraviglia della fioritura della piana e dove ogni anno, puntualmente, andiamo.

Ecco. I paesi marchigiani del terremoto sono questi.  

Paesini bellissimi che a molti di noi rievocano vecchi viaggi in corriera, prima dell’apertura della Roma-L’Aquila, con i biglietti della Start che riportavano tutte le fermate, alcune dai nomi strani: oltre a Trisungo, Favalanciata, Quintodecimo, la più famosa Acquasanta Terme.

Altra frazione di Arquata è Pescara del Tronto, che come dice il nome, è paese di acqua, pescaia, sorgente del nostro acquedotto e della centrale idroelettrica di Capodacqua che serve tutta la valle e arriva alla costa.

Intorno, fra i boschi, borghi abbandonati, piccoli gruppi di case sparse ormai diroccate, villaggi spopolati dall’emigrazione verso Roma degli anni cinquanta e sessanta, come spettri – affascinanti ma sfasciati, gli scuri delle case in piedi ormai marci, le scalette d’ingresso piene di muschi, i cumuli di pietre, le strade interrotte da una frana, da un tronco d’albero caduto. Tallacano con il suo unico abitante, Venamartello, Cocoscia, Agore… ruderi abitati da tassi, ghiri, picchi, civette, ricoperti di rovi e felci e rampicanti. Paesaggi bellissimi, intatti, non toccati dal turismo, anzi quasi irraggiungibili, ben nascosti, da cercare dopo aver chiesto mille indicazioni. Villaggi-monito: in un attimo i paesi di montagna si sono fatti deserti, gli abitanti anziani spenti poco a poco, i giovani tutti partiti. Ma quelli erano i paesi più inerpicati, più alti, mentre Arquata e le sue frazioni, seppure piccolette (il comprensorio tutto insieme arriva a 1178 abitanti), sono lungo la Salaria, una strada viva.

Così adesso, il timore è tutto per quel che sarà. 

«Notizie da Spelonga? Il centro di Arquata?». Al mio messaggio buttato in rete al mattino e diretto ai giornalisti locali, risponde solo a sera un giovane cronista, Mario Di Vito, che è partito subito: «Non c’è più niente».

E’ stato ad Arquata, nella notte, salendo a piedi per la strada bloccata: «La torre è in piedi ma le case attorno sono crollate. E’ tutta zona rossa», mi dice. I paesi sono evacuati, vuoti. Gli abitanti nelle tende. Di Spelonga, di Faete non sa.

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lastampa/I Borghi magici ora rischiano di restare vuoti SILVIA BALLESTRA

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