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La paura che alimenta il populismo
Editoriali

In assenza di risposte adeguate la paura alimenta il populismo

In assenza di risposte adeguate la paura alimenta il populismo

Come scrive Marco Zatterin «la paura alimenta il populismo. E, in assenza di risposte adeguate, è la madre che aggiunge timore ai timori, provocando rabbia contro nemici spesso falsi».

La paura che alimenta il populismo

La paura è il miglior nemico dell’uomo, ma anche un compagno di viaggio frequente e un consigliere inaffidabile. Alimenta le decisioni meno ragionate e, in assenza di risposte adeguate, è la madre che aggiunge timore ai timori, provocando rabbia contro avversari spesso falsi come le notizie che li raccontano.

È la paura che fomenta i populismi; è la sensazione diffusa di insicurezza e incertezza che governi e parlamenti faticano ad affrontare. È la molla della rivolta: i terremoti della politica, e della società, nascono nella paura che fa credere nel cambiamento da scatenare a ogni costo, esigenza che diffonde instabilità perché, nel mondo veloce e complesso, se non si guarda lontano, non si risolve alcuna incognita

LEGGI ANCHE: Il populismo agita la paura dei migranti anche in Italia

Nella confusione degli approcci e delle idee è facile avere la sensazione che esista un fronte monolitico populista che si batte nel nome del «tutti contro tutto». L’indagine congiunta La StampaFinancial Times rivela che le cose stanno altrimenti, che c’è un pubblico che sa reagire e distingue. Si scopre che a turbare i sonni degli italiani è l’arrivo dei migranti più che l’euro e l’integrazione comunitaria; si vede anche che il desiderio di costruire un Paese multietnico batte (di poco) la convinzione che le migrazioni siano una minaccia. Chi ragiona, evita il «no» di pancia. Ma vorrebbe comunque essere convinto che, per quanto possibile, le sue paure non hanno ragione di esistere

La vittoria degli ultraconservatori austriaci è la fotografia istantanea della tempesta che può colpire l’Italia e non solo. Il Paese sta bene (al meglio), ma gli elettori non sono persuasi che continuerà. I leader che a Vienna e dintorni hanno fatto leva sulla paura hanno vinto. Per affermarsi hanno cavalcato la paura dell’«altro», quello che «arriva, porta violenza e brucia posti di lavoro». Hanno parlato allo stomaco e non alle teste, ostentando rimedi che probabilmente non avranno effetti. Hanno annunciato grandi manovre (mai fatte) al Brennero e ora titillano gli altoatesini, promettendo che «fermeremo noi i migranti». Non li fermeranno, sia chiaro. Ma ognuno crede a quello che vuole, quando ha paura. Anche all’inutile.

Le voci degli oltre mille e cento italiani che hanno interloquito con La Stampa e il FT illustrano il contesto e invitano a confrontarsi. Certo, la paura dei migranti è ben radicata, ma lo è quanto la consapevolezza che il fenomeno sia più grande di noi e non serva attaccarlo costruendo muri. Appare evidente la percezione dell’Europa come elemento che può risolvere la crisi sociale ed economica, e non come il contrario. La quarta rivoluzione industriale insieme con la globalizzazione ha riscritto radicalmente le regole del gioco. Come le false notizie che perdono capacità di attrazione, anche le false politiche possono essere sbaragliate. Il falso movimento va svelato.

Occorre affrontare l’ira con logica e calma. Nelle strade c’è anche un popolo impaurito, spesso confuso. Per cambiare la storia bisogna dire la verità, per quanto dolorosa. Vanno spiegate le dinamiche, le cause e gli effetti. La maggioranza degli interpellati non ama la Brexit e non condivide Trump. Si fida di Angela Merkel. Sarebbe il caso che, oltre ai proclami urlati, i partiti che ambiscono alla leadership tenessero conto di una maggioranza, o quasi, che fa meno rumore ed è disposta costruire, consapevole che – in genere – la paura ha le gambe corte. In giro c’è voglia di medicine per la sicurezza, come di Unione e solidarietà. Di qui bisognerebbe ripartire.

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