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Dalla Scuola uno spassionato consiglio a Bussetti
Cultura Opinioni

Dalla Scuola un consiglio a Bussetti: prima di aprir bocca azioni il cervello (se ne ha)!

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la lettera della Prof.ssa Marcella Raiola

Le sprezzanti intimazioni, più che dichiarazioni, del ministro Bussetti, formalizzate ricorrendo ad una sintassi da spot pubblicitario, in cui l’aggettivo si sostituisce sistematicamente all’avverbio (una sintassi che francamente non si addice al titolare di un dicastero), e accompagnate da una mimica facciale che ha colpito e ferito ancor più delle parole, perché ha palesato i presupposti ideologici del grossolano e violento oltraggio verbale, hanno suscitato fortissimo e legittimo risentimento nel mondo della Scuola.
Non si sono indignati solo i docenti, gli studenti e i presidi del Sud Italia, ma anche del resto del paese; la Scuola, infatti, sia per la tenace percezione di sé come organo costituzionale garante di un diritto (e non “erogatore di un servizio”), nonostante la batosta della legge 107, varata in nome di quella maledetta autonomia finanziaria che ha come approdo naturale la regionalizzazione, sia per la strutturale composizione del suo martoriato personale, costretto a lunghe stagioni di migrazione interna prima di approdare alla stabilizzazione, è la sola in grado di smascherare le menzogne sul patinato Nord laborioso, che merita ciò che ottiene, e sull’ozioso Sud, che non ottiene nulla perché nulla merita.

Chi lotta da anni per la preservazione della Scuola dai processi di smantellamento, privatizzazione e neutralizzazione funzionale, è abituato a insulti di questo tenore. I docenti che hanno contestato i processi di devoluzione della Scuola ai “desiderata” del Mercato sono stati sottoposti a sistematici linciaggi da ministri imbarazzanti per la loro carriera e la loro comprovata pochezza culturale, e fatti oggetto di periodiche e aggressive campagne di diffamazione da parte di prezzolati pennivendoli al loro soldo, dal 2008 a oggi.

Ignoranti da riselezionare, demansionare e riconvertire; fannulloni e privilegiati da mandare finalmente “a lavorare” sulla base del capriccio algoritmico; ideologizzati corruttori di giovani menti da espellere, perfino “squadristi” (Giannini), violenti “eversori” della Democrazia, una democrazia fatta di governi non eletti, che ha esautorato del tutto il Parlamento e che continua a calare dall’alto decreti e leggi ponendo fiducie su fiducie: non si contano gli attacchi sferrati agli insegnanti “contrastivi”; ciascuno di essi ha lasciato tracce evidenti e drammatiche nella coscienza dei singoli e nella già esausta e sfilacciata categoria, confusa anche dall’abbandono dei sindacati concertativi, schieratisi apertamente con il nuovo corso impresso dai potentati economici alla vita dei lavoratori a partire dalla crisi speculativa.

Bussetti non ha fatto altro che aggiungere la repulsione leghista per i “terroni” alla consueta pletora di squallidi luoghi comuni elevati a giudizi assiologici.
Dire questo non vuol dire minimizzare la gravità e l’indecenza dell’irricevibile richiamo al “sacrificio” e all’impegno rivolto a docenti che ogni giorno operano in condizioni logistiche, contestuali e strutturali spesso estreme, avendo davanti un orizzonte di precarizzazione, mortificazione e burocratizzazione del loro lavoro, intrapreso con e per passione; la considerazione che il ministro si pone alla fine di una sorta di klimax ascendente dell’odio contro la categoria e contro il meridione, anzi, accresce la rabbia.

Tuttavia, per non entrare nella spirale del rinfaccio fine a se stesso, è importante anche mettere a nudo la fallacia pratica e politica della brutale e del tutto ingiustificata “strigliata” ministeriale. Analizziamo nel merito, dunque, le esortazioni sdegnose del ministro.
I docenti del Sud sono invitati a non pretendere risorse (che si sottintende verrebbero sprecate), ma a rimboccarsi le maniche per “produrre” di più. Ma cosa “produce” la scuola? Merci di cui incrementare le vendite con una campagna pubblicitaria più efficace, forse? Come potrebbe il “sacrificio” maggiore, il maggiore “impegno” determinare eo ipso un incremento del benessere, della qualità e del tenore di vita di chi vive al Sud?

Se il ministro voleva dire che il governo è disposto a concedere risorse solo a chi dimostra di essere laborioso secondo i suoi volubili e discrezionali parametri, allora ha detto una cosa incostituzionale e sperequatoria, perché il Sud paga le tasse quanto il Nord e ha lo stesso diritto ad attingere alla fiscalità generale per attrezzare le sue scuole pubbliche e statali. I diritti costituzionali si godono, non si “meritano”!
Se, invece, voleva dire che al maggiore impegno corrispondono magicamente e automaticamente maggiore ricchezza e aumento delle opportunità di occupazione per i diplomati, allora ha dimostrato incompetenza grandissima, dal momento che è acclarato che c’è inversa proporzionalità tra numero e livello dei titoli conseguiti e qualità e quantità dei posti di lavoro offerti.
Il dramma del paese, infatti, è che non è e non vuole essere all’altezza della preparazione dei suoi giovani, costretti ad emigrare in paesi in cui il loro contributo è apprezzato.
L’ex ministro Carrozza spiegò bene il nuovo corso dell’istruzione italiana, quando disse: “bisogna calcolare quanti diplomati e laureati ci servono”.
I diplomati “eccedenti” – cioè, manco a dirlo, quelli del Sud! – devono dunque dismettere le loro ambizioni, in quanto non compatibili con l’esiguità delle risorse che si è deciso apriori di destinare alla Scuola e all’Università.
Perché ciò avvenga senza eccessivo scandalo e senza conati di ribellione, bisogna persuadere il popolo che questi giovani del Sud sono asini pretenziosi, premiati da voti assegnati senza criterio da docenti deontologicamente riprovevoli, passatisti e culturalmente inferiori.
Ed ecco, allora, che il ministro atteggia la faccia a disgusto davanti alla telecamera e vomita oscenità contro insegnanti che comprano ogni giorno i materiali didattici mancanti, che svolgono ore e ore di lavoro non riconosciuto e che surrogano carenze di ogni tipo, per supportare la crescita di giovani oggettivamente svantaggiati ma capaci di esplicare uno straordinario potenziale.
Le dimissioni del ministro e di tutto il governo che lo ha designato vanno chieste non sulla base dell’indignazione contingente, ma sulla base del calcolo abietto, classista e incostituzionale che ispira le politiche iperliberiste finora condotte da tutti i governi della crisi, senza distinzioni.
Questo ministro non è peggiore di chi ricopriva la carica prima di lui e non ha denigrato i docenti più pesantemente dei suoi predecessori, ma è più pericoloso di loro, perché si colloca al termine e al culmine di un processo il cui esito porterà a quella che Rodotà già aveva definito “rifeudalizzazione” del paese.
E’ pericoloso concentrare il potere nelle mani di chi pensa che sia guadagno l’incetta di frutti già spuntati, da accaparrarsi prima e al posto di altri. Chi opera nella Scuola ha il suo guadagno nel veder spuntare ogni diverso germoglio da ogni seme piantato e curato con amore. Questo fa della Scuola la naturale antitesi alle politiche di sfascio. La Scuola deve sentirne tutta la responsabilità e portarne tutto l’orgoglio.

(Marcella Raiola)

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