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Il coraggio per battere gli incubi
Opinioni

Per battere incubi e paura ci vuole il coraggio della passione

Per rispondere alla paura che probabilmente ha originato il panico in piazza, Antonio Scurati scomoda il filosofo Thomas Hobbes: non dobbiamo “continuare ossessivamente a commemorare”, bensì “lottare con il pensiero, l’intelligenza, lo spirito critico”.

Il coraggio per battere gli incubi

La sola passione della mia vita è stata la paura.  

Lo annotò quattro secoli fa Thomas Hobbes, il grande filosofo di un’Inghilterra tormentata dalla guerra civile. Giungeremo alle sue stesse malinconiche conclusioni anche noi, bersagli di una guerra contro la civiltà? Lasceremo che la paura diventi la sola passione della nostra vita? No, non lo permetteremo. Dobbiamo questo impegno ai nostri nonni che combatterono per garantirci la libertà, ai nostri padri che lavorarono per il nostro benessere e ai nostri figli che dovranno ereditare entrambi.

Rinnovata la promessa, si tratta di capire cosa stia succedendo, quale sia la linea di tetano che avvelena i nostri svaghi, i nostri piaceri, le nostre partite del cuore e le nostre canzoni cantate con gli amici.

Guardiamo, perciò, con coraggio in fondo all’abisso che ci si spalanca sotto i piedi. Vedremo allora che il crepaccio ha attraversato, inavvertito come un’incrinatura sottile, le nostre vite per decenni. Per decenni abbiamo vissuto un’esistenza scissa, abbiamo abitato due case diverse, la casa mediatica infestata dai fantasmi della violenza globale e la nostra casa reale che, per quanto modesta, era un luogo di pace.

Qualunque cosa facessimo per guadagnarci pacificamente e modestamente da vivere – ufficio, officina, redazione – ci accompagnava sempre una bolla di immagini tragiche, terribili, sanguinolente, proveniente dai quattro angoli del pianeta, soffiata dagli schermi televisivi o di Internet, in cui si rappresentava la distruzione violenta di vite altrui, la sofferenza e la crudeltà di un’umanità che comunque, per quanto vivida fosse l’immagine, restava straniera.

Ciò fu vero anche con lo spettacolare terrorismo mediatico dell’11 settembre e con le guerre che lo hanno preceduto e che ne sono seguite. Per noi sono rimasti comunque tutti eventi mediatici. Dopo le torri gemelle, per la prima volta gli psichiatri statunitensi diagnosticarono la sindrome post-traumatica da stress, la malattia professionale dei reduci, in spettatori televisivi. Era il paradosso di un’umanità traumatizzata da un’esplosione la cui eco restava inaudibile dalla vita vissuta. Sapevamo che quegli accadimenti terribili ci riguardavano, segnavano la storia del nostro tempo, eppure nella nostra esperienza quotidiana – in ufficio, in officina, in redazione – non ne trovavamo traccia. Eravamo scissi, spaccati a metà.

Ora accade che la spaccatura si ricompone, le due case diventano una sola. Questa nuova, subdola, vigliacca forma di terrorismo da stadio, da mercato rionale, da struscio domenicale, attaccando con fendenti di coltelli da cucina, con arnesi domestici le nostre esistenze quotidiane, conficca la violenza mediatica globale nella base d’esperienza delle nostre vite. E allora ci guardiamo attorno, al bar, sul treno, allo stadio, in piazza, nei cento luoghi consacrati dall’Occidente al culto della libertà, e ovunque cerchiamo l’assassino ignoto che, insinuandosi nelle maglie larghe del nostro benessere, ci scannerà. Ogni nuovo assassinio funge da moltiplicatore della paura perché ogni nuova vittima è colpita in quanto simbolo della nostra libertà.

Che fare allora? Continuare ossessivamente a commemorare, a compiangerci, a intitolare i nostri concerti, i nostri stadi, le nostre discoteche alle vittime? Continuare a pensare a noi stessi soltanto come potenziali vittime inermi, come vacanzieri minacciati dall’uragano?

No, non è questa la strada. Thomas Hobbes ce la indica. Il grande filosofo rispose alla paura che lo avvinceva costruendo una possente cattedrale di pensiero consacrata al culto del laicismo, del secolarismo, dello Stato moderno e del vivere civile contro la brutalità primordiale. In altre parole, Thomas Hobbes rispose alla paura con la lotta. Lottò, coraggiosamente, vittoriosamente, con i suoi mezzi: il pensiero, l’intelligenza, lo spirito critico. Questo dobbiamo fare: lottare. Solo così si vince la paura, nella lotta. Lottare per rimanere noi stessi, con i nostri ridicoli calzoni a vita bassa e le febbri del sabato sera, lottare per difendere dalla lugubre pulsione di morte la disperata gioia di vivere che è il fiore della nostra civiltà.

Chiediamoci allora: siamo disposti a lottare per le partite di pallone, per le libere elezioni, per le risate con gli amici? Siamo disposti a lottare per il diritto delle nostre donne all’istruzione, alla dignità del lavoro, al libero amore e per la nostra piccola, impagabile gioia nel vedere le ragazze sorridere, le ragazze ballare?

Se vi risponderete di sì, non c’è da aver paura: i mezzi della lotta sono tanti. Non ci sono solo i coltelli.

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lastampa/Il coraggio per battere gli incubi ANTONIO SCURATI

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