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Fortuna, il palazzo delle bugie

Fortuna, la piccola violentata e uccisaTUTTO è bugiardo, in questa storia, a cominciare dai nomi delle cose. In un posto che si chiama Parco Verde e che non è un parco ma un serpente di palazzi e non è verde – di verde ha solo i calcinacci dell’intonaco sbrecciato – una bambina di sei anni a cui hanno messo nome Fortuna viene spinta giù dal terrazzo condominiale, otto piani, perché ha detto di no, questa volta, all’incredibile serie di violenze “croniche e reiterate”, si legge nelle carte del tribunale, di un uomo di 44 anni: il padre della compagna di giochi e di pianerottolo da cui passava i pomeriggi. Quali giochi, che pomeriggi.

Tra i primi a piangere il cadavere scende un altro inquilino dello stabile, accusato mesi prima insieme alla moglie di violenza su minori. Quali lacrime. Così dunque passavano i giorni, nel palazzo: almeno due coppie, ma forse di più dice oggi chi indaga, violavano i bambini. Tutti sapevano: la donna che ha nascosto una scarpina di Fortuna “per proteggere dalle accuse il figlio agli arresti domiciliari” – documentano le intercettazioni – , la convivente poco più che ventenne di Raimondo Caputo, arrestato solo ieri e in passato già accusato del medesimo tipo di violenze. Sospettati di pedofilia e violenza su minori, indagati, accusati e poi di nuovo a casa. Di nuovo lì, con i bambini, nella stanzetta coi cuscini a forma di cuore. Dall’isolato 3 del Parco Verde i bambini volavano dai balconi e dai terrazzi: prima Antonio, 3 anni, un anno dopo Fortuna, 6. Incidenti. Silenzio. Antonio, figlio della convivente di Caputo, è volato nel 2013. Fortuna a giugno del 2014. Ieri, due lunghissimi anni dopo, Raimondo Caputo è stato arrestato con l’accusa di omicidio. Una rete di omertà e di complicità lo ha protetto sinora. Sono stati i bimbi a parlare alla fine. Gli altri bimbi del palazzo. Una bambina, in particolare. Un’amica di Fortuna.

Siamo a Caivano, cintura di Napoli, terra dei fuochi. Questo è un posto dove le esalazioni tossiche dei rifiuti bruciati dalla camorra ammalano di tumore donne e bambini prima ancora di nascere. Il prete del quartiere, don Patriciello, è l’unica voce che si sente: dal pulpito, sui giornali, in tv. Aiutateci, dice.

Nascere a Caivano è una condanna a morte. Ci sono anche tante persone perbene in mezzo a questa discarica di rifiuti e di umanità invisibile. Venite a vedere, scrive sui libri e predica il prete. Silenzio. Parole perse. Nessuno che abbia responsabilità di governo, nazionale o locale, si è visto. Non una visita ufficiale di quelle con le foto e i pranzi nel tinello del presidente del comitato di quartiere, non un cenno. Niente. Eppure è Italia anche questa, anche a Caivano dovrebbero arrivare la buona scuola e gli incentivi alle start up per i nativi digitali, anche qui una bambina di sei anni con i ricci biondi dovrebbe poter diventare astronauta come Samantha Cristoforetti, il bell’esempio dell’Italia che vola. Nello spazio, non dal tetto.

Degli abusi e delle violenze su bambini in età da asilo non si può dir niente. Non si riesce. Sarebbe facile chiedere a chi volta la testa dall’altra parte e si dirige verso un importante impegno istituzionale di immaginare che Antonio e Fortuna siano figli suoi. Proprio di provare ad immaginare come hanno vissuto i loro pochi anni, vedendo e sopportando che cosa. Sarebbe demagogia pretendere che chi governa un territorio, una regione, un Paese andasse di tanto in tanto, per qualche tempo, ad abitare quei luoghi. Immaginate: per i prossimi tre mesi il presidente del Consiglio, della Regione, del municipio trasferisce la sua residenza al sesto piano dell’isolato 3. Così, tanto per capire e per testimoniare. Un gesto simbolico, i simboli sono importanti. Lo Stato è assente, dice il prete. Si faccia presente, dunque. Venga a salvare la vita di questi bambini volanti.

Poi, certo. Le colpe sono individuali e i criminali ne portano la responsabilità. Però è più facile che restino impunite, e addirittura coperte e protette, le colpe, in luoghi dove non c’è altro che tutto quello che manca: dove si respira veleno, non si va a scuola, non si lavora, dove il capo bastone della famiglia di camorra comanda e qualche volta si candida, eletto. “Bisognerebbe decretare lo stato di calamità criminale per minori”, ha detto ieri l’avvocato della famiglia Fortuna. Qualcuno, intanto, tirava una molotov alle persiane della finestra dove Marianna Fabbozzi, 26 anni, compagna dell’arrestato Raimondo Caputo (e madre di Antonio, il bambino morto tre anni fa, di una ragazzina dodicenne vittima di violenze e di altri due figli, una delle quali amica di Fortuna) è agli arresti domiciliari. Anche la vita di Marianna, solo a fare i conti dell’età dei figli e della sua, si immagina come un inferno. Una mano anonima, la molotov. Vile, in fondo, dopo tanto silenzio. Un fuoco che comunque si è subito spento da solo, diversamente da quelli perpetui delle discariche all’orizzonte.

“Stato di calamità criminale per minori” è una formula spaventosa. Non si potrebbe dire più precisamente cosa sia la sventura di nascere a Caivano. Come vittime di una catastrofe, un’alluvione un terremoto. Solo che non è la natura, qui: sono gli uomini a portare la morte. Non è meno colpevole di chi violenta e uccide un bambino chi, mentre quel bimbo muore, si volta altrove e parla d’altro. Non si può essere fieri di un Paese in cui esiste, come se non esistesse, Caivano. Prato Verde, isolato 3.

vivicentro.it-sud-cronaca / larepubblica / Fortuna, il palazzo delle bugie di CONCITA DE GREGORIO

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