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Dissesto idrogeologico. Le regole per salvare un Paese friabile
Editoriali L'Esperto

Primi nel dissesto idrogeologico in Europa: oltre 610.000 frane all’anno

Come è possibile che in un’Italia che vede diminuire del 30% le precipitazioni (dati Cnr) si possa ancora constatare la cifra, record europeo, di dissesto idrogeologico con oltre 610.000 frane (su un totale continentale di 800.000) non è un mistero

Le regole per salvare un Paese friabile

Quello che risulta incomprensibile è come mai il nostro Paese non sia all’avanguardia nella lotta contro il dissesto idrogeologico, visti gli innumerevoli casi, il tempo passato dal censimento dei dissesti e le conoscenze ormai ampiamente a disposizione.

Primi nel dissesto idrogeologico in Europa, siamo ancora agli ultimi posti per quello che riguarda i rimedi. E non che le cause non siano ormai note. In condizioni naturali, una frana è un movimento del terreno dall’alto verso il basso a causa della gravità, in gran parte favorito dalle piogge. Ma le condizioni naturali nel nostro Paese sono praticamente assenti, per cui sono le attività umane che innescano e aggravano il rischio. Prima di tutto l’eccessivo consumo di territorio: un’altro «Ius soli» di cui avremmo un gran bisogno sarebbe quello di approvare la proposta di legge contro il consumo di suolo giacente da tre anni in parlamento e ormai ufficialmente perduta. Uno specchietto per le allodole messo lì a tacitare dati sempre più preoccupanti: oltre otto metri quadrati al secondo in Italia spariscono sotto asfalto, cemento e incendi (per avere un’idea, in Svizzera, quattro volte di meno).

La responsabilità è soprattutto di chi amministra localmente e ha campato per troppo tempo su concessioni edilizie che in altri Paesi non sarebbero state nemmeno pensabili. Gli italiani sono un popolo di muratori che costruisce dovunque e sempre, incurante dei rischi naturali: nella regione vesuviana le costruzioni decuplicano quando il vulcano non erutta e si azzerano nei momenti di attività. E dopo aver troppo costruito, invece, di abbattere, chiediamo condoni, come se il condono sanasse anche il rischio. Si è così consentito non solo di aggravare il rischio, ma addirittura di crearlo ex novo, come a Sarno, in provincia di Messina, in tutta la Calabria e poi in Molise, Liguria, Toscana, Emilia Romagna, Marche e Basilicata (che hanno tutte, sottolineo, tutte, il 100% dei Comuni a rischio idrogeologico). Non è un caso che solo una regione in Italia abbia una legge contro il consumo di suolo, la Toscana, e nemmeno una legge restrittiva come si dovrebbe. Pensiamoci bene quando ci troviamo a votare i nostri prossimi amministratori, a prescindere dal colore politico: diamo consensi solo a chi promette (e magari mantiene) un consumo di suolo pari a zero e tutte le attività edilizie riconvertite nelle ristrutturazioni su aree già edificate. Ammesso di essere noi migliori di chi ci rappresenta.

Una volta compreso che abitazioni (spesso seconde case), infrastrutture inutili e troppe strade sono la causa, e che un Paese serio avrebbe già da tempo dovuto dotarsi di leggi maggiormente restrittive, dobbiamo constatare che anche le buone leggi esistenti (come la legge Galli, che vieterebbe di costruire sui fiumi) sono state costantemente disattese, da Olbia a Livorno, dalle Cinque Terre a Borghetto Vara, dove il letto del fiume è stato ridotto dalle costruzioni di due terzi rispetto a un secolo fa. Non è però una questione di opere idrogeologiche, grandi o piccole, che non sempre servono: ce ne è bisogno a Genova come a Firenze sull’Arno, ma non sul Tagliamento o sul Flumendosa.

In ogni caso l’Unità di Missione contro il Dissesto del governo ha recuperato quasi nove miliardi di euro già stanziati e mai spesi per le opere di cui c’è bisogno: è uno scandalo che un Paese serio «nasconda» per anni anche le risorse già disponibili a causa di burocrazia e distrazioni. L’abbandono delle campagne e delle montagne c’entra, come anche il cambiamento climatico, certo, ma i veri responsabili del dissesto sono soprattutto l’ignoranza e la malafede di chi preferisce sempre e comunque buttare denaro pubblico nell’ennesima strada o infrastruttura piuttosto che investire nel risanamento idrogeologico e nella riconversione ecologica e resiliente (sperando che si sappia cosa significhi) dei territori.

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lastampa/Le regole per salvare un Paese friabile MARIO TOZZI

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