Editoriali

Il rischio del ‘voto per dispetto’

Votare per dispetto o non votare è farsi male da soli
Votare per dispetto o non votare è farsi male da soli

Nell’intreccio tra referendum costituzionale e legge elettorale si ripresenta “una tendenza ormai alla moda”, scrive l’editorialista Luigi La Spina, quella del “ voto per dispetto ”. Intanto, il premier Matteo Renzi apre la nuova stagione politica con l’impegno a discutere la sorte dell’Italicum, la legge elettorale criticata da parte del suo partito, pur senza rinunciare ad attaccare Massimo D’Alema sul referendum.

La riforma non diventi una roulette

L’intreccio tra referendum sulla riforma costituzionale e legge elettorale costituisce un’altra formidabile occasione per confermare una tendenza ormai alla moda, quella del «voto a dispetto». Una tentazione alla quale sembra sempre più difficile resistere, anche perché dilaga in tutto il mondo, infrangendo quelli che erano una volta gli insuperabili muri fra la destra e la sinistra e innalzandone altri. Quelli che separano l’elettorato in una divisione ben più significativa e attuale, quella tra populisti e governativi, dove i primi sembrano gioiosamente arrembanti e i secondi difensori tremebondi di palazzi del potere in disfacimento.

La mancanza di leadership autorevoli e l’inconsistenza ideologica e politica dei partiti hanno liberato gli elettori da qualunque fedeltà a un programma, come si diceva una volta, e persino a un singolo progetto, facilitando così la disponibilità dei cittadini alle scelte più improvvisate, meno consapevoli delle conseguenze di un voto, magari in totale contraddizione con le loro intenzioni.

La mobilità elettorale di questi ultimi tempi, accompagnata dalla sempre più difficile capacità degli istituti di sondaggi di azzeccare i risultati di una consultazione, sono chiari segnali di questa tendenza.

Ecco perché la confusione tra il giudizio su una riforma costituzionale destinata a un importante cambiamento delle regole di un sistema che governa l’Italia da circa 70 anni e quello su una legge elettorale che, in 70 anni, è mutata secondo le più variabili convenienze dei partiti, offre l’opportunità, ma anche l’alibi, per giustificare qualsiasi motivazione per la scelta che gli italiani dovranno fare in autunno.

Renzi si è accorto tardi del rischio, non solo per l’approvazione della sua riforma costituzionale, ma anche per la sopravvivenza del suo governo e del suo stesso destino politico, di questa confusione e la sua disponibilità a un mutamento del cosiddetto Italicum testimonia la volontà di rimediare a un errore tattico, impensabile per un maestro di tattica quale si ritiene, forse non a torto.

Il ravvedimento del presidente del Consiglio conviene certamente a lui, ma, in fondo, conviene anche ai suoi concittadini, perché saranno aiutati a diradare, almeno un po’, quella nube di ipocrisie, vantaggi personali o di corrente politica, furbizie e veri e propri inganni che rendono davvero difficile a un elettore che voglia dare un voto consapevole decidere se approvare o no la riforma costituzionale. Le leggi elettorali, tra l’esigenza di assicurare la governabilità e il dovere di consentire una adeguata rappresentatività dei voleri del popolo, non sono mai perfette, come tutti i compromessi. Inquinare un giudizio su un importante cambiamento della nostra carta costituzionale come, tra gli altri, l’abolizione del cosiddetto bicameralismo perfetto con considerazioni, più o meno opinabili, su regole elettorali contingenti autorizzerebbe davvero a trasformare un voto importante in una roulette dove persino il banco non è favorito.

Le regole, sia quelle elettorali, sia e soprattutto quelle costituzionali, sono fondamentali per una democrazia ed è giusta, quindi, la grande attenzione di politici e dell’opinione pubblica alle loro riforme. Peccato che non ci sia altrettanta attenzione per quei cambiamenti che avvengono in silenzio, con quel mancato rispetto dei rapporti tra istituzioni e cittadini che contraddistingue l’esistenza di una vera democrazia. Come, ad esempio, avviene in questi giorni sul «caso Roma», dove le scelte, buone o cattive che siano, di una sindaca eletta dalla maggioranza dei votanti vengono subordinate al giudizio di un fantomatico «direttorio», a composizione variabile e imperscrutabile, e sottoposte al verdetto finale di un tutt’altro che fantomatico Grillo. I romani hanno votato Virginia Raggi, magari qualcuno se n’è pentito, ma non si può considerare accettabile, del tutto rispondente alle regole della democrazia, quella reale e non quella formale, che il nome scritto sulla scheda elettorale fosse uno pseudonimo.

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