Editoriali

Referendum per l’autonomia: uso, o abuso, degli istituti di democrazia diretta

Referendum, le false ambizioni

Ugo De Siervo dedica l’editoriale ai referendum per l’autonomia di Veneto e Lombardia e osserva: “Vicende del genere mettono in evidenza il pericolo di abusare degli istituti di democrazia diretta, in conformità alla diffusa tendenza di alcune classi politiche a manipolare il corpo elettorale”.

Referendum, le false ambizioni

Fra qualche giorno, quasi un quarto degli elettori italiani sarà chiamato ad esprimersi in uno dei due referendum consultivi promossi dalle Regioni Veneto e Lombardia, con riferimento alle loro rispettive popolazioni. Si tratta di referendum solo consultivi, ma il fatto che vengano coinvolti tanti elettori su un tema importante come la sorte del nostro regionalismo, impone di andare al di là della vicenda locale e di vederne le caratteristiche fondamentali.

Molti hanno già notato criticamente che si tratta di iniziative impegnative e costose, ma prive di concreta efficacia, dal momento che non fanno altro che far manifestare una volontà degli elettori, che poi le classi politiche di queste Regioni dovrebbero rappresentare a livello nazionale. In effetti, già al momento attuale le Giunte o i Consigli regionali possono richiedere di accrescere l’autonomia regionale, sulla base di quanto prevede espressamente l’art. 116 della Costituzione.

O altrimenti ogni Regione potrebbe proporre addirittura un disegno di legge di revisione costituzionale in materia.

Ciò non esclude che si possa anche tentare di proporre tramite un referendum consultivo un nuovo e preciso modello regionale alternativo a quello esistente, ma ciò non è quello che è stato in realtà proposto nei due referendum, che anzi mettono in luce una contraddizione molto grave fra quanto viene più o meno genericamente chiesto agli elettori nel senso di un rafforzamento dell’autonomia di queste Regioni, e le effettive finalità manifestate dai loro proponenti.

Anzitutto questi referendum sono tra loro diversi, poiché quello veneto chiede agli elettori di esprimersi molto genericamente sul rafforzamento della Regione («vuoi che alla Regione del Veneto siano attribuite ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia?»), mentre quello lombardo sembra riferirsi esclusivamente alla richiesta di applicare il vigente art. 116 della Costituzione (nel quesito referendario si parla solo di «attribuzione di ulteriori forme e condizioni di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento ad ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato»).

Al tempo stesso, però i proponenti dei due referendum, sia in Veneto che in Lombardia, si riferiscono tranquillamente all’intenzione di giungere tramite la spinta popolare a far attribuire a queste Regioni forme di autonomia legislativa, amministrativa e finanziaria paragonabili a quelle finora previste per le sole cinque Regioni speciali (non a caso, tramite apposite leggi costituzionali). Qualcosa di palesemente molto diverso da quanto si sottopone al voto popolare, tanto che viene spontaneo rilevare che vicende del genere mettono in evidenza il pericolo che così si stia tentando di abusare degli istituti di democrazia diretta, in conformità alla diffusa tendenza di almeno alcune classi politiche a manipolare il corpo elettorale.

Quanto al nostro regionalismo, ogni riforma è ovviamente proponibile, seppur nell’ineludibile rispetto del principio dell’unità nazionale di cui all’art. 5 della Costituzione, ma certo occorrerebbe in via preliminare aprire un ampio e generale confronto culturale e politico in materia, sulla base di quanto si è sperimentato nel bene e nel male nella nostra esperienza, che ormai si sviluppa da molti decenni. Non solo occorrerebbe tener conto anche del difficile funzionamento, unanimemente riconosciuto, del famoso Titolo V della nostra Costituzione, ma anche considerare, insieme alle responsabilità centralistiche, i non pochi limiti evidenziati dalle classi dirigenti regionali e locali.

Appare comunque molto dubbio che si possa progettare che due delle maggiori Regioni italiane mutino radicalmente la loro condizione senza che ciò investa anche la condizione delle altre Regioni e dell’intero sistema delle autonomie territoriali. E ciò – tanto più – forzando la volontà dei cittadini delle due Regioni.

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