Editoriali

Catalogna: l’ennesimo epifenomeno del movimento populista che attraversa il mondo

L’antidoto liberale al populismo

Il sommovimento in atto in Catalogna è l’ennesimo epifenomeno del movimento populista che attraversa il mondo occidentale”, commenta Alessandro De Nicola, secondo il quale sono “le forze liberali” la novità più interessante in Europa.

L’antidoto liberale al populismo

Il sommovimento in atto in Catalogna è l’ennesimo epifenomeno del movimento populista che attraversa il mondo occidentale. Esso, come è stato ribadito in molteplici analisi, assume forme cangianti: si va dal sinistrismo libertario di Podemos, agli impulsi nativisti e reazionari dello Uk Independence Party (ormai semi-estinto dopo la Brexit), del Front National e di AfD in Germania, al sovranismo nazionalista leghista, di Orban o del governo polacco, passando per il qualunquismo anti-casta dei 5 stelle e il comunismo francese 2.0 di Melenchon (o, in versione appena più light, di Corbyn e Die Linke). Naturalmente, l’esponente più famoso di tutti è Donald Trump, ma poiché i contesti americano ed europeo sono diversi proviamo a capire qualcosa del Vecchio Continente.

Se osserviamo le dinamiche elettorali dell’ultimo anno o poco più, a partire proprio dalle elezioni spagnole di fine giugno del 2016, con la parziale eccezione della Gran Bretagna, legata alla situazione creatasi con la Brexit, notiamo due declini paralleli, quello dei partiti socialisti e socialdemocratici e quello, meno accentuato, ma visibile, dei partiti che si rifanno al Ppe.

In Germania la Spd ha avuto il peggior risultato del secolo, in Francia e Olanda i socialisti sono diventati partiti a una cifra, in Spagna i socialisti sono scesi al minimo post-franchista, e simile débâcle si è registrata in Norvegia. Pur vincendo, i democristiani tedeschi hanno perso 8 punti. I popolari di Rajoy sono andati sotto la media storica, Les Republicains francesi (che appartengono al Ppe) hanno sbagliato candidato delle presidenziali (Fillon) e hanno pagato pegno in parlamento. Meglio è andata ai cristiano-democratici olandesi, ma rimangono tuttora sotto il 15%, e ai conservatori norvegesi i quali, però, somigliano più a un partito liberale moderato che ad uno popolare-conservatore.

Chi ha invece ottenuto risultati decisamente positivi sono stati i liberali, sia nella loro coloritura più progressista che in quella più moderata. Benissimo in Olanda D66 e i liberali del Vvd, primo partito che, pur avendo perso seggi, rispetto ai sondaggi dei mesi precedenti ha fatto un grande recupero. Ottimo il risultato dei neo costituiti Ciudadonos spagnoli (13%), di En Marche! di Macron (creatura un po’ ibrida) e soprattutto della Fdp tedesca che, con quasi l’11% dei voti e 5 milioni di elettori, ha più che raddoppiato il risultato precedente.

Quali sono le caratteristiche di questi raggruppamenti? Il primo è il loro liberismo economico, naturalmente rapportato al Paese (in Francia, ad esempio, l’asse ideologico è spostato a sinistra e quindi si passa facilmente per liberali). Questa posizione è popolare in vari segmenti della popolazione compreso i giovani, perché non si tratta solo del mantra «meno tasse» (che pure non guasta) ma di quello «più opportunità», che si traduce in merito, mobilità, apertura. I liberali tedeschi hanno cavalcato la digitalizzazione del Paese e il rafforzamento delle università: sembravano temi di nicchia, trasmettevano invece il messaggio di chi pensasse al futuro e chi no.

Il secondo caposaldo è l’ancoraggio all’Occidente e all’Europa (con accenti diversi: liberali tedeschi e olandesi sono europeisti ma assai rigoristi e poco tolleranti verso chi, secondo loro, fa il furbo). Vero totem è il libero commercio. L’apertura delle frontiere per beni e servizi assume lo stesso valore che aveva per l’economista francese liberale del XIX secolo, Bastiat: «Dove passano le merci non passano le armi». I francesi, comme d’habitude, interpretano il dogma in modo un po’ originale : dove passano le loro merci va tutto bene. Questo tema ha fatto sì che siano stati i liberali ad apparire spesso come i più coriacei e combattivi avversari dei populisti di vario colore e ciò ha sicuramente giovato elettoralmente.

Sui diritti civili tutti questi partiti sono per ridurre l’intrusione dello Stato nella vita dei cittadini, ponendo dei limiti, ad esempio, alla sorveglianza diffusa; sono a favore dei matrimoni gay ed in alcuni casi dell’eutanasia; propongono libertà di scelta scolastica e sanitaria. Infine, non lasciano il fianco scoperto su ordine pubblico e immigrazione. Il nuovo governo olandese introdurrà restrizioni all’accoglimento di immigrati, così come fa Macron e pretenderà la Fdp se diventerà partner della Merkel.

In altre parole, i liberali dell’Europa continentale, sono stati capaci in questa fase politica di unire la loro tradizionale difesa dei diritti civili con quella delle libertà economiche presentandola non come una difesa di privilegi ma come il loro scardinamento. E l’unico spazio in cui questo è possibile provare a farlo è l’Europa e l’Occidente, nella consapevolezza dei loro valori e facendo rispettare la legge anche quando si tratta di immigrazione. Una formula non maggioritaria, ma che sia tra i ceti più evoluti che tra gli esclusi ha trovato una certa risonanza e, non a caso, i liberal-democratici britannici, apparsi anemici su molti temi (le tasse volevano aumentarle, bella mossa) e aggrappati solo al loro europeismo, sono stati i più deludenti.

La domanda che dobbiamo porci alla fine del ragionamento è piuttosto semplice: perché in Italia, patria di Luigi Einaudi e Ugo La Malfa e con una solida tradizione di cultura liberaldemocratica non succede nulla? Da cosa deriva questo vuoto pneumatico nell’area liberale? Incapacità, pavidità, mancanza di chiarezza di idee? Quesito interessante che aspetta solo qualcuno che questo vuoto si decida a riempirlo.

Presidente Adam Smith Society

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