Editoriali

Cacace e Calonego: perché erano lì da soli in un paese senza legge?

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Bruno Cacace e Danilo Calonego

Due tecnici italiani sono stati rapiti da un commando armato a Ghat, nel Sud della Libia, un paese ormai senza legge, in una zona controllata da tribù alleate del governo e infestata dai predoni. Si tratta di Bruno Cacace, residente a Borgo San Dalmazzo (Cuneo), e di Danilo Calonego di Sedico, in provincia di Belluno. Il premier Renzi ha annullato ieri gli impegni all’Onu, chiudendosi nel proprio hotel di New York per seguire la crisi.

Le riflessioni di Domenico Quirico nel suo editoriale di oggi

Il pericolo in un Paese senza legge

Il sequestro di due lavoratori italiani in Libia impone alcune scomode domande.  

Perché erano lì? Come è possibile che qualcuno li abbia mandati a far manutenzione in un aeroporto del Fezzan come se fosse un normale appalto in Calabria o in Svizzera, mentre erano in uno dei posti al mondo in cui il caos ha sostituito qualsiasi forma di ordine e la guerra è diventata la normalità quotidiana; in cui centinaia di formazioni armate sbandierando pretestuose bandiere politiche in realtà si scannano per il possesso di un pozzo petrolifero, per un frammento di oleodotto, per la gestione lucrosa di qualche attività parassitaria o criminale? E dove gli unici che hanno, purtroppo, uno scopo politico definito sono proprio i jihadisti che sognano la palingenesi sanguinaria del califfato sirtico.

E gli altri, i cosiddetti «governi»? I sedicenti governi di Tripoli di Bengasi di Misurata con cui fingiamo di avere fitti e normali rapporti diplomatici come con la Svizzera o la Bolivia altro non sono che formazioni banditesche di dimensioni maggiori di quelle tribali e con appetiti più smisurati.

Sapevano, le due vittime del sequestro, tutto questo? E i loro datori di lavoro? C’è purtroppo quando si parla della Libia, soprattutto a livello di governi compreso quello italiano, una evidente stonatura: per paura di ammettere il fallimento colossale delle politiche applicate in quel paese dalla caduta di Gheddafi si fa finta di credere che siamo di fronte a un Paese più o meno «normale», in cui la diplomazia fa passi avanti, ci sono interlocutori affidabili, si finirà prima o poi per mettere attorno a un tavolo come scolari po’ renitenti tutti i protagonisti della tragedia. Una volta che da Sirte verranno eliminati i feroci sgherri del Califfato. Purtroppo non è così e governi e cancellerie tra cui anche il nostro lo sanno benissimo. La Libia è una di quelle zone del mondo dove sono definitivamente scomparse cose come la diplomazia e la politica, e la guerra alimenta la guerra in un infernale gorgo di loschi interessi, fanatismi e bugie. Ammettiamolo: ci sono luoghi al mondo in cui gli occidentali non possono più andare. Sono loro vietati. L’unico loro valore è di essere ostaggi da riscattare a caro prezzo o soggetti da sacrificare a feroci strategie comunicative.

L’altra domanda è: chi sono in Libia coloro che sono con noi e contro di noi? Non i buoni o i cattivi che sarebbe domanda ingenua, e urterebbe contro al costatazione realistica che forse non ci sono buoni. Semplicemente bisogna definire chi potrebbe essere per noi un alleato affidabile e utile: il governo di Tripoli che non controlla nulla? Quello di Bengasi con il suo aspirante napoleone? La banda di Misurata? E ancora: chi ha il compito e il potere di definire questa lista, chi sceglie? Il governo italiano? Il Parlamento? L’Unione europea? L’Eni? Gli interessi petroliferi sono un elemento importante, di cui bisogna tenere conto. Ma costituiscono davvero una buona strada per scegliere una politica in questo luogo del mondo e delegarla?

Perché in Libia ci sono duecento paracadutisti che difendono un ospedale da campo? E i due sequestrati nel Fezzan chi li difendeva?

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