Editoriali

A Bratislava frantumato il Triumvirato di Ventotene?

Summit di Bratislava

L’Europa è a pezzi. Ed è in questo continente sfilacciato che si scaricano le differenze e le letture di Bratislava

IL TRIUMVIRATO europeo, che sembrava aver raggiunto il suo culmine nell’incontro di Ventotene, parrebbe essere andato in pezzi nel giorno finale di Bratislava venerdì scorso. Hollande e Merkel hanno concordato una linea ben diversa da quella del rafforzamento di un’Europa unita. D’un contenimento dell’immigrazione attraverso una politica africana sostenuta e finanziata dall’Ue e possibilmente anche dagli Usa se dalle imminenti elezioni americane il nuovo presidente seguirà la linea di Obama.

La rottura, almeno in parte, si deve al fatto che ciascuno dei tre è alle prese con problemi elettorali e politici di casa propria: le elezioni amministrative e poi tra un anno quelle politiche per la Merkel; le elezioni presidenziali francesi per Hollande; il referendum costituzionale e la legge elettorale per Renzi.

Questi appuntamenti essenziali hanno certamente influito su quanto è accaduto a Bratislava, ma non è stata soltanto una triplice sceneggiata. In paesi democratici il potere è sempre in discussione. Oggi, oltre ai nostri tre personaggi, il potere politico è in gioco negli Usa, in Brasile, in Libia, in Siria, in Austria, in Olanda; ha già cambiato colore in Inghilterra. Insomma in mezzo mondo. La democrazia ha un problema centrale: conciliare la libertà con la stabilità. Ed è questo che abbiamo visto a Bratislava.

Ma c’è un però: quando queste oscillazioni si fanno sentire, esse mettono in crisi un tessuto che ancora non è stato filato a dovere, anzi ha subìto strappi e lacerazioni che non erano neppure previste.

L’Europa è a pezzi. I paesi dell’Est, a cominciare dalla Polonia e dall’Ungheria, stanno navigando come se la Ue non esistesse più; i paesi balcanici sono una costola debole. Austria, Danimarca, Svezia, Svizzera, sentono più la nazionalità che l’europeismo. E non parliamo della Francia, della sua souveraineté e della sua faiblesse. Ed è in questo continente sfilacciato che si scaricano le differenze e le letture di Bratislava.
Se però si deve dare un voto in pagella credo che Merkel e Hollande meritino un voto negativo, Renzi ne merita uno largamente positivo. Non mi fa certo velo la comune nazionalità per la semplice ragione che personalmente mi sento soprattutto cittadino europeo avendo sempre condiviso gli ideali di Spinelli, di Ernesto Rossi e di Colorni. Ma Renzi, da qualche tempo, è anche lui su questa lunghezza d’onda: sta conducendo una battaglia per rafforzare l’Europa e la rottura di Bratislava è arrivata principalmente su questo piano.

Renzi ha lanciato insieme a Tsipras e ad Hollande (che però ha cambiato fronte a Bratislava) un patto tra i paesi europei del Mediterraneo per adottare una politica di stabilizzazione in Libia e nei paesi del Corno d’Africa, per arginare la marea delle migrazioni verso l’Europa; ha più volte sostenuto la nascita d’un ministro delle Finanze dell’Eurozona che abbia gli stessi poteri dei ministri economici degli Stati nazionali che verrebbero in tal caso declassati; ha lanciato la necessità d’una politica militare e d’una politica estera di stampo europeo. E così pure l’ipotesi di una Fbi europea per sgominare il terrorismo delle periferie. Una politica di questo genere comporta investimenti e spese che debbono gravare sull’Ue, la quale dovrebbe a questo punto imboccare una politica economica keynesiana.

Anche Renzi ha fatto molti errori sulla produttività, sull’occupazione, sulla fiscalità, ma li ha riconosciuti e almeno in parte li sta correggendo. I suoi problemi, quelli che in linguaggio corrente si chiamano le spine d’una rosa, sono altri e ne parleremo tra poco ben sapendo comunque che quelle spine sono molto aguzze e la rosa è un piccolo bocciolo che stenta a fiorire. Ora però, per coerenza con il tema europeo, vediamo che cosa ha detto Mario Draghi che proprio durante il vertice di Bratislava è andato a Trento dove gli è stato conferito il premio De Gasperi. Quel personaggio della storia italiana ed europea gli ha ispirato un discorso di grande importanza, che merita d’essere riferito nella sua sostanza.
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Di solito Mario Draghi non fa discorsi. Riferisce a platee di banchieri, economisti, membri di governi o al proprio consiglio dove siedono i banchieri centrali dell’Eurozona, sulla situazione economica europea e mondiale, sui provvedimenti che la Bce prenderà in un prossimo futuro e sugli effetti di quelli già presi. Di politica generale Draghi non parla; di politica economica sì, ma sempre con stretta attinenza a quella monetaria che, nei limiti dello statuto della Bce, è lo strumento della sua azione.

Tutto ciò ricordato, a Trento Draghi ha parlato della figura di Alcide De Gasperi. Era ovviamente doveroso che lo facesse visto che gli era stato conferito un premio a De Gasperi intitolato, ma ciò che non era previsto era che Draghi non si limitasse a ricordare la vita politica del fondatore e primo leader del partito democristiano, ma affrontasse i problemi dell’Europa di oggi e la politica economica necessaria a risolverli e portare avanti la marcia intrapresa da De Gasperi, Schuman e Adenauer, i quali a loro volta davano un seguito al manifesto federalista di Ventotene. Draghi insomma ha fatto un discorso politico, nel quale la politica monetaria della Bce è entrata di striscio, il tema era ben altro e Draghi l’ha affrontato di petto. Che io ricordi, non era mai accaduto.

Il tema di fondo è stato l’Europa. L’Europa rafforzata e dotata di istituzioni molto diverse da quelle attuali che sono soltanto un inizio in buona parte male usate. L’Europa come un continente dal quale (non dimentichiamolo) partì la civiltà che si diffuse poi in altri continenti a cominciare dal Nord America ma non soltanto. L’Europa, ha detto Draghi, deve capire che la società globale nella quale ormai viviamo e che sempre più accrescerà le sue caratteristiche globalizzanti, politiche e tecnologiche, non consente la persistenza di staterelli nazionalistici. Bisogna mantenere e magari rafforzare libertà e sovranità popolare; bisogna convincere popoli e classi dirigenti della necessità dell’unità europea; bisogna che l’opinione pubblica comprenda che questa è la strada da percorrere perché il tempo scorre velocemente e non consente ritardi.

La Banca centrale europea, nel suo operare, ha ben presente quell’obiettivo; è suo compito gestire una politica che sia conforme all’obiettivo politico. Del resto De Gasperi e i suoi compagni di strada consideravano il sistema bancario come uno strumento della loro azione che era strettamente politica: ideali, valori, opinioni pubbliche, partiti, sindacati di lavoratori, strutture economiche, parlamenti e popoli sovrani e consapevoli.

Questi furono De Gasperi e i suoi amici. E questa è una realtà che va risvegliata e perseguita con la massima energia possibile. Non so fino a che punto l’intervento politico di Draghi sia stato colto dai destinatari ai quali era rivolto, cioè alle forze politiche europee, al capitalismo europeo, ai lavoratori europei. Questo è il compito che tutte le persone consapevoli debbono adempiere. Ma voglio aggiungere un’altra considerazione: una Banca centrale come quella che Draghi presiede non ha un’Autorità politica sopra di lei. Ha uno statuto, ha 19 Stati azionisti. Di fatto significa che Draghi e il Consiglio della banca sono i soli a stabilire gli obiettivi e la politica economica da perseguire.

Negli altri paesi la politica economica la stabilisce il governo e la Banca centrale la esegue. Sicché in uno Stato europeo la politica economica sarebbe fissata dal ministro delle Finanze e dal premier e la Banca centrale, con la sua capacità e competenza, sarebbe uno degli strumenti e forse il più importante insieme a quello fiscale, della politica economica. Draghi queste cose le sa benissimo, il che peraltro non gli impedisce di concepire la nascita degli Stati Uniti d’Europa. Dobbiamo essergli molto grati del discorso di Trento. Secondo me è una tappa della massima importanza per l’avvenire. Sarebbe bene che la Merkel e Hollande lo leggessero e riflettessero dopo averlo letto. Renzi forse l’ha già fatto e comunque gli raccomando (per il poco che vale il mio suggerimento) di rifletterci con molta attenzione.

Le spine di Renzi sono il referendum e la legge elettorale. Finalmente ha capito il legame tra quei due argomenti e si è impegnato a modificare la legge elettorale prima che il referendum abbia luogo. Altro finora non sappiamo. Ma una cosa sappiamo (non io soltanto, da cittadino ed elettore, ma molti nel Pd e molti anche tra i moderati democratici). Sappiamo che legare la legge elettorale al ballottaggio è un gravissimo errore, come è altrettanto sbagliato introdurre le preferenze, frutto marcio di lobby e clientele perfino mafiose.

Una legge elettorale democratica non può che basarsi sulla proporzionale. Naturalmente la proporzionale comporta alleanze adeguate che consentano la governabilità e un programma comune. La Democrazia cristiana fu al governo del paese dal 1947 al 1992, sempre con la proporzionale e le alleanze, variabili secondo le circostanze economiche, sociali, ideologiche: con i liberali, i socialdemocratici e i repubblicani; poi nel 1962 con i socialisti di Nenni; poi addirittura con i comunisti di Berlinguer che, dopo lo strappo con i sovietici, erano diventati pienamente democratici e costituzionali.
I
l totale degli anni che hanno visto la Dc al governo sono durati fino a Tangentopoli, cioè fino all’arrivo di Berlusconi. Da quella data in poi è cambiato l’intero panorama politico. Stabilire se il panorama di oggi sia migliore o peggiore di quello di ieri è un giudizio storico che non possiamo certo affrontare in un articolo. Magari sarà un panorama diverso ma di analogo valore (o disvalore). Ma un fatto è certo ed anche la Corte costituzionale l’ha più volte affermato: i voti degli elettori contano tutti e non possono essere ignorati con premi concessi ad una maggioranza relativa, cioè alla più forte delle minoranze. E pensate che dove non esiste una maggioranza assoluta, se i partiti di minoranza si alleassero tutti, il partito di maggioranza relativa non riceverebbe alcun premio. Qualche cosa di simile può accadere con il movimento di Grillo. Lì ci sono elettori che provengono da sinistra, dal centro, da destra e da chi si è fino ad allora astenuto. Quel movimento non ha alcun programma ma vuole soltanto conquistare il potere. Con il ballottaggio è possibile che lo ottenga. Questo è un risultato accettabile? E salutare per il paese? Per l’europeismo? Per la moneta europea?

Ecco perché Renzi deve abolire il ballottaggio, accettare la proporzionale e costruire alleanze compatibili con il programma di governo d’un grande partito di centrosinistra. A mio giudizio dovrebbe aumentare la sua natura di centrosinistra e allearsi con movimenti di moderati, purché siano anche essi europeisti convinti e democratici. Forse in questo caso le spine cadrebbero e il bocciolo di rosa fiorirebbe.

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