Cronaca Economia

Tramonto dei saldi: lo scorso luglio i volumi d’affari sono scesi

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I saldi non funzionano più. A confermarlo è uno studio dell’lstat secondo cui lo scorso luglio i volumi d’affari sono scesi dello 0,2% proprio in concomitanza delle svendite. Ora l’associazione dei consumatori (Codacons) propone di abolire i periodi degli sconti e liberalizzare il settore in modo da moltiplicare le occasioni di acquisto e dare respiro ai negozianti.

Saldi addio, il maxi-sconto si cerca sul web

A luglio affari in calo nonostante le svendite di fine stagione. Soffrono soprattutto abbigliamento, borse e scarpe. I consumatori: sono inutili, bisogna abolirli. Ma il sociologo li difende: restano una forma di pubblicità collettiva

Erano l’ultima speranza a cui s’aggrappavano i negozianti dopo gli anni durissimi della crisi, un rito magari un po’ stanco, ma comunque efficace. Perché puntuali, ogni anno, all’inizio dei saldi tornavano lunghe code davanti ad atelier e centri commerciali, resse nelle vie del centro e cacciatori d’affari scatenati nel presidiare le vetrine. A dire la verità, è andata così anche quest’estate, tra foto davanti ai punti vendita pieni e decaloghi su come evitare le truffe: peccato che, alla fine, ad aprire il portafogli siano stati in pochi. E ora le associazioni dei consumatori chiedono di abolire i maxi-sconti di fine stagione.

La fotografia scattata a luglio dall’Istat lascia poco spazio ai dubbi: gli acquisti di abbigliamento hanno continuato a scendere pure nel mese clou. Meno 0,2 per cento, con picchi negativi per calzature, borse e articoli da viaggio, giù dello 0,4 per cento. Crescita zero, invece, per prodotti di profumeria e cura della persona. Sono dati che «sanciscono definitivamente la morte dei saldi di fine stagione», dice Carlo Rienzi, presidente del Codacons. Secondo il numero uno dell’associazione «il commercio continua a vivere una crisi nerissima e le norme in materia in Italia sono medievali e obsolete, necessitano di modifiche urgenti».La proposta? «Liberalizzare del tutto il settore in modo da moltiplicare le occasioni di acquisto e dare respiro ai piccoli negozi schiacciati dallo strapotere delle multinazionali». La ricetta è parecchio drastica, rischia di fare confusione tra saldi e promozioni e, soprattutto, non tiene conto dell’effetto marketing: «I negozi indipendenti non hanno la possibilità di fare pubblicità, mentre quando partono i saldi beneficiano di una sorta di promozione collettiva», spiega Luca Pellegrini, docente dell’Università Iulm. E dire che sono proprio loro a soffrire di più: la Confesercenti, per la fine del 2016, si attende «una grave perdita di fatturato per il piccolo commercio», che ad agosto ha visto la scomparsa di 5.200 imprese.

Più della recessione (archiviata da almeno due anni) o della fiducia che continua a latitare, il vero «nemico» dei saldi si chiama commercio elettronico, che ormai galoppa pure in Italia e abbatte i prezzi senza preoccuparsi di date d’inizio, accordi con le Regioni, chiusure domenicali e nei giorni festivi. «Sulla Rete nessuno ferma nessuno e immaginare regole che non tengano conto del digitale ormai non ha più senso», prosegue Pellegrini. In particolare nella moda, certifica l’Osservatorio eCommerce B2c del Politecnico di Milano, l’e-commerce corre a velocità doppia rispetto alla media: dal 2010, il tasso di crescita annuo delle vendite di abbigliamento online è stato pari al 30% circa, e il totale ormai sfiora i 3 miliardi di euro. Poco meno dei saldi estivi tradizionali che, calcola Confcommercio, arrivano a 3,6 miliardi. Anche se continuare a contrapporre i due mondi rischia di diventare un po’ anacronistico: le formule vincenti oggi si chiamano «info-shopping» o «showrooming», a seconda delle declinazioni.

Soltanto nel 2014 otto milioni e mezzo di italiani lo scorso anno hanno cercato informazioni su Internet mentre osservavano un prodotto in un negozio mentre 13,6 milioni di consumatori cercavano in un luogo fisico un prodotto già visto online nel mese precedente. «Il digitale influenza in maniera rilevante il momento dell’acquisto di prodotti fashion e luxury – ragiona Roberto Liscia, presidente di Netcomm-. Il segreto per avere successo? Creare un sempre maggior punto di contatto tra online e offline». Difficile, quando si mette in mezzo anche un drastico cambio di mentalità: scriveva ieri il Financial Times che nel Regno Unito, durante gli ultimi sei mesi, il numero di capi di abbigliamento acquistati è sceso in media del 4,4 per cento. Tanto, mentre negli Stati Uniti, a spingere il settore, è soprattutto Amazon. L’azienda, che ha una strategia sempre più aggressiva, ha visto volare del +91% i capi venduti rispetto a un anno prima: sono almeno 30 milioni, gli stessi venduti, non solo nel settore abbigliamento, da un colosso come Walmart. E adesso Bezos spinge forte anche da noi.

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