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Moody’s ha alzato le stime sul nostro Paese
Economia

Moody’s ha alzato le stime sul nostro Paese

Si consolidano i segnali di ripresa dell’economia italiana, Moody’s ha alzato le stime sul nostro Paese.

La ripresa batte un altro colpo. Moody’s alza le stime sull’Italia

L’agenzia di rating eleva all’1,3% la previsione del Pil. Aumenta la crescita Usa. Sale anche l’indice di fiducia Ue, ma restano le incognite su euro, export e lavoro

TORINO – Moody’s rivede al rialzo le stime di crescita dell’economia italiana, aspettandosi per il 2017 e il 2018 una crescita del Pil dell’1,3%, contro le precedenti previsioni dello 0,8% e 1%. L’agenzia di rating si accoda così al Fmi e a Bankitalia, che hanno già corretto verso l’alto il mese scorso le proprie previsioni, rispettivamente all’1,3% e all’1,4% per quest’anno. Mentre l’Istat dice che – marciando di questo passo – potremmo agganciare anche l’1,5%. E se, da oltreoceano, arriva un altro buon segnale, con il Pil Usa del secondo trimestre che segna un +3%, ad agosto l’indicatore della fiducia economica (Esi) stimato da Bruxelles è salito in Italia di 3,6 punti, la progressione migliore dell’area euro. Dato confermato anche dall’Istat, secondo la quale in Italia il clima di fiducia dei consumatori ad agosto passa da 106,9 a 110,8 punti, mentre l’indice di quello delle imprese cresce da 105,6 a 107.

Cosa ci dice tutto questo? In primo luogo ci dice che il governo dovrebbe avere qualche margine in più nella manovra per coprire le misure a favore dell’occupazione e contro la povertà. Quanto? Il conto è presto fatto. Nel 2016 – dato Istat – il Pil è stato pari a 1.569 miliardi di euro. Moody’s ha rivisto le stime di crescita di mezzo punto percentuale: perciò l’economia italiana dovrebbe crescere di 7,8 miliardi in più rispetto alla stima precedente. Il gettito per lo Stato di questo volume addizionale – considerando una pressione fiscale intorno al 39% – è di circa 3 miliardi. Attenzione, però. Si tratta di stime che non considerano l’effetto euro. La moneta unica sembra inarrestabile e, per gli analisti, potrebbe continuare a salire. Anche perché il presidente della Bce Mario Draghi, che finora ha mantenuto una politica monetaria fortemente espansiva, prima o poi dovrà tirare il freno. I tassi saliranno e la moneta sarà spinta ancora più in alto. Il che potrebbe avere un impatto importante sulle nostre esportazioni extra Ue, che nel primo semestre di quest’anno sono state pari a oltre 97 miliardi. Nel 2016 furono 184 miliardi, l’11% del Pil. In altre parole, se un aumento del 10% del valore dell’euro si trasformasse in un calo del 10% dell’export extra Ue (ma fortunatamente l’effetto non è così immediato), il Paese avrebbe un punto percentuale di crescita in meno.

E se anche tutto questo non dovesse verificarsi, resta comunque il problema del lavoro. Quanto tempo ci vuole per vedere la crescita riflessa nelle statistiche sull’occupazione? Qui la questione si fa più complicata. A giugno gli occupati sono aumentati dello 0,1% rispetto a maggio (+23 mila), ma hanno recuperato così solo parzialmente il calo registrato nel mese precedente (-53 mila). La disoccupazione è scesa all’11,1% ma è ancora troppo alta (in Germania è al 3,8%, in Francia al 9,6%). Per non parlare di quella giovanile, al 35,4%. E addirittura aumentano (allo 0,9%) i posti vacanti nelle imprese, cioè gli impieghi per i quali le aziende cercano un candidato. Com’è possibile? A pesare è l’inadeguatezza di un sistema formativo troppo distante dalle esigenze del lavoro. Per oliare la trasmissione tra le statistiche del Pil e quelle dell’occupazione, è questo il nodo su cui intervenire.

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