Economia Politica

La non novità: il governo rinvia il taglio dell’ Irpef

Inps, sede

Niente di nuovo sotto il segno del taglio dell’ Irpef, l’imposta sul reddito delle persone: continuano i rinvii al solito ‘dimai’. La nuova data è stata fissata al 2018 quando, ci si può scommettere, giungerà un nuovo Dimai e questo nonostante che esso sia il provvedimento più atteso, ed utile, tra gli interventi economici del governo. Deve aspettare, dicono ancora una volta e, per addolcire – a parole – l’amara pilloletta, danno anche il solito simil zuccherino per tramite del ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan che dichiara, e garnatisce: l’esecutivo “continuerà a ridurre la pressione fiscale” per esempio con il taglio dell’Ires, la tassa sulle imprese.

Ma vediamo ora come ce ne da notizia la Stampa nell’articolo di PAOLO BARONI

Padoan frena sulle tasse. “Il taglio Irpef per ora è rinviato”
Pensioni, la possibilità del prestito scatterà già a 63 anni con 20 di contributi. L’anticipo Ape fino a 3 anni e sette mesi. Braccio di ferro su precoci e usurati
ROMA – «Per il momento il taglio dell’Irpef è rinviato». Dal salotto tv di Bruno Vespa il ministro dell’Economia Piercarlo Padoan mette la parola fine al balletto delle voci e alle attese di tanti: l’intervento su aliquote e scaglioni, ovvero il piatto forte di quell’ambizioso piano di taglio delle tasse da 40-50 miliardi presentato con grande enfasi due anni fa, resta sì in agenda, ma se ne parla nel 2018. Detto questo Padoan assicura che il governo «continuerà a ridurre la pressione fiscale, che è scesa di un punto dal 2013». Così come scenderà il deficit, punto su cui il titolare del Tesoro è riuscito a convincere anche Renzi, che invece voleva farlo salire. «Il deficit continuerà a scendere – garantisce -. È inevitabile in un Paese ad alto debito come il nostro».

Il cantiere pensioni  

Intanto la costruzione della nuova legge di stabilità procede. Ieri si è tenuto un nuovo incontro tra governo e sindacati sulle pensioni dal quale è uscita la conferma dell’entità importante dell’intervento, che potrebbe arrivare a quota 2,1 miliardi, ed un’altra novità: l’anticipo pensionistico si allunga ed arriva a 3 anni e sette mesi. In pratica dall’anno prossimo una volta computi i 63 anni si potrà decidere di smettere di lavorare attivando l’Ape. «Si tratta di capire dove c’è l’equilibrio più giusto», ha spiegato il sottosegretario alla presidenza Tommaso Nannicini. Il resto del piano è quella noto. L’Ape riguarderà tutti i tipi di lavoratori (privati, autonomi e dipendenti pubblici) e all’inizio avrà carattere sperimentale (durata due anni) in maniera tale da monitorare l’andamento delle uscite ed eventualmente introdurre correttivi. Per accedere all’Anticipo bisognerà avere almeno 20 anni di contributi ed essere nati tra il 1951 ed il 1953. Per un reddito di circa mille euro l’anticipo peserà per circa il 5% dell’assegno mensile, ovvero 50-60 euro. Ma attraverso un bonus fiscale il governo conta di azzerarne il “costo” a favore d tutte le categorie disagiate (disoccupati, inabili e usurati) che percepiscono una pensione inferiore ai 1200 euro netti. Sopra questa soglia il costo sale e per chi chiede un anticipo di 3 anni arriva a 150-200 euro/mese. Una decurtazione che in alcuni casi, tra capitale, interessi e premio assicurativo potrebbe toccare anche il 25% della pensione.

Assegni bassi  

Confermato anche l’aumento delle pensioni più basse che dovrebbe arrivare attraverso l’estensione della quattordicesima aumentando l’importo dell’assegno, che oggi in media è pari a 400 euro; ed ampliando la platea portando l’attuale tetto di 700 euro/mese a 1000. Tra le ipotesi sul tavolo c’è poi anche la possibilità di allargare la no tax area magari – sperano i sindacati – allo stesso livello dei lavoratori dipendenti.

Usurati e precoci, due nodi

Ribadito che da 2017 le ricongiunzioni tra i vari periodi assicurativi in diverse gestioni non dovrebbero essere più onerose, sul tavolo restano due nodi: quello dei lavoratori usurati, con la richiesta dei sindacati di ampliare l’intervento a favore di maestre d’asilo, infermiere di sala operatoria, macchinisti ed edili; e quello dei lavoratori precoci. In particolare sindacati chiedono riconoscere l’usura o il diritto all’anticipo anche chi ha superato i 41 anni di lavoro. L’intesa su questi punti ancora non c’è, e la Cgil in particolare è in allarme, ma Nannicini ed il ministro del Lavoro Poletti sono ottimisti. Per loro è possibile trovare un’intesa entro il 21.

Più occupati  

Sempre ieri il governo ha incassato i nuovi dati Istat sugli occupati: nel secondo trimestre dell’anno, infatti, sono aumentati di 189mila unità (+439 mila in un anno), soprattutto per effetto dei giovani (+223 mila) e dei lavoratori dipendenti (+308 mila). Scende la disoccupazione (all’11,5%), compresa quella giovanile (al 36,9%), e si riduce anche il tasso dei inattivi (35,1%). «E’ il segno che il Jobs Act funziona», sostengono sia Poletti sia Padoan. Concetto che i sindacati contestano e che Renzi invece trasforma nel suo solito tweet.

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