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Economia

GLI UMORI DEI MERCATI FINANZIARI NEL PERIODO POST ELEZIONI

(di Virginia Murru)

I tumulti nei mercati avvertiti il 5 marzo, dopo le elezioni politiche in Italia, sono presto rientrati, nessun tracollo, Piazza Affari ha sussultato un po’ dopo l’esito delle urne, e l’insidia dell’avanzata populista, ma non c’è stato panico. E ieri tutto si è ricomposto, il Fitse Mib a Milano è andato a +1,7%, trainato da Tim e Fiat Chrysler, superando di nuovo i 22.000 punti, e fugando dubbi e riserve.

L’Istat continua intanto a diffondere dati positivi sull’economia italiana, dove è evidente l’incremento della produttività del lavoro, e al seguito gli altri indici, il cui trend continua ad andare verso l’alto. Nel riassunto economico mensile, l’Istat infatti afferma che “il profilo dell’economia italiana si mantiene espansivo, insieme ad uno scenario macroeconomico positivo”.

Poi c’è il giudizio favorevole delle Agenzie di rating, che tuttavia non mancano di sottolineare che è assolutamente necessario proseguire sulla via delle riforme intrapresa dal governo uscente. Moody’s non crede molto nella stabilità politica del Paese, esprime anzi un presentire poco incoraggiante, ossia il ritorno al voto per ingovernabilità nel volgere di pochi mesi.

Secondo i vertici dei maggiori Istituti di credito, l’economia italiana non corre rischi a causa dei nuovi assetti politici.

Il candidato premier Matteo Salvini ha poi rassicurato che l’Ue non ha nulla da temere, e queste dichiarazioni sono input importanti per l’andamento dei mercati finanziari.

Si è dunque presto ristabilito  il giusto ‘climate’ dovuto  al “sentiment” negli ambienti finanziario rivolto all’ottimismo, poiché anche dal piano geopolitico globale giungono rassicurazioni di stabilità da parte della Corea del Nord, che sembra abbia sepolto l’ascia di guerra, con messaggi e rami d’ulivo diretti agli Usa.

Il dibattito politico nell’Amministrazione Trump, intanto, ha infervorato le frange ostili all’inasprimento dei dazi su acciaio e alluminio, che avrebbero colpito sicuramente l’Ue (e nondimeno tra i tanti la Cina), la quale ha poi risposto annunciando idonee contromisure, che sarebbero poi ritorsioni, ma l’eufemismo è d’obbligo, visto il rischio in prospettiva di una guerra commerciale globale.

Ecco perché Trump simpatizza per i movimenti populisti europei e la Brexit ( Putin non lo è da meno..): l’idea di disintegrare l’Ue, che ostacola la sua parola d’ordine – ‘America first’ – non gli dispiacerebbe di certo. L’Ue rappresenta una grande forza commerciale globale, e quindi uno scoglio non indifferente per le sue misure protezionistiche. Trump sulla questione dazi, ha pure tanti nemici in patria, perfino il neo eletto alla Fed, Jerome Powell. Tuttavia chi gli ringhia ai piedi è Wall Street, e non potrà ignorarne le conseguenze a lungo.

C’è stata burrasca nel corso dei dibattiti su questo tema scottante nell’establishment tra i consiglieri economici del presidente, e oggi infine la notizia delle dimissioni di Gary Cohn (ex presidente della Banca d’Investimenti Goldman Sachs), il più riottoso e ostile verso la politica protezionistica di Trump, ma anche il suo più influente consigliere. Un assertore convinto del libero scambio, e uno dei fautori dell’approvazione della Riforma fiscale voluta da Trump, che ha reso possibili notevoli sgravi fiscali per le grandi imprese. Anche qui siamo in clima di ‘compliance’ elettorale.

Il presidente americano ha una sua coerenza di carattere puramente populista, intende mantenere le promesse elettorali, ma prima ancora c’è da sanare lo squilibrio della bilancia commerciale degli States, sbilanciata di circa 500 mld in termini di deficit con il resto del mondo.

 

Certamente la situazione politica emersa in Italia all’indomani dello scrutinio dei voti, non si accinge a prefigurare uno scenario in cui regni la stabilità, le urne hanno espresso orientamenti nuovi, e la strada per un establishment che garantisca governabilità non è propriamente dietro l’angolo.

Ci sono i tempi ‘tecnici’ per l’eleaborazione di nuove formule che riflettano altri equilibri in ambito politico, e poiché gli schieramenti in campo sono ideologicamente distanti, non essendoci i numeri per un percorso di maggioranza in autonomia, la prospettiva diventa veramente complicata. I democratici di sinistra, pur avendo subito una pesante sconfitta, sono diventati l’ago della bussola, l’asse sul quale i due schieramenti vincenti vorrebbero appoggiarsi per assicurarsi un quadro di ‘conti’ indispensabile all’investitura di un esecutivo possibile. Al momento gli umori non sono rassicuranti, e il Partito Democratico ha già escluso accordi con gli ‘estremisti’, non intende diventare in ogni caso nota di discrimine e accettare di svolgere un ruolo da ‘stampella’. Gli orizzonti politici a questo punto sono invasi da una foschia che non permette vaticini, per ora anzi è buio peso.

Non che l’Italia, in ambito Ue, sia il solo paese che all’indomani delle elezioni politiche si è scoperto ingovernabile, nonostante il verdetto degli elettori avesse tracciato una linea chiara. E’  noto che è necessario un periodo di tempo che favorisca la sedimentazione di nuovi equilibri, affinché, in un campo neutro di accordi e compromessi, si trovi la via da seguire per governare con le pedine in ordine.

L’Ufficio Studi de ‘Il sole 24 Ore’, ha pubblicato un’interessante panoramica riguardante la variazione in termini di valore dei titoli di Stato durante il lasso di tempo in cui diversi paesi europei, dopo il voto, sono rimasti senza un governo.

Ossia la variazione in punti del rendimento a 10 anni dei rispettivi titoli, e in questi dati è possibile verificare il riflesso d’instabilità trasmesso dal quadro politico incerto; anche le oscillazioni in Borsa ne sono la diretta conseguenza (il Belgio, che è rimasto circa un anno e mezzo senza un governo, tra il 2010/11, ha perso in  Borsa  il 15%, è rimasto quattro mesi senza governo anche nel 2014).

Si tratta di termometri finanziari che hanno necessità di stabilità per un ‘viaggio’ sereno. Con la Germania, le cui forze politiche moderate hanno trovato la possibilità di un accordo duraturo, siamo comunque in buona compagnia, anche se la nostra economia è sicuramente meno solida di quella tedesca.

E tuttavia l’instabilità politica dopo le elezioni, avvenute nel settembre scorso, sta portando il Dax30 verso un calo del 3%. La fase ‘di non governabilità’, ha espresso in Borsa, nei tanti paesi interessati a questo stallo politico, situazioni diverse. Agli effetti negativi, si sono affiancati anche periodi di esiti positivi. In Eurozona, comunque, malgrado il senso d’incertezza trasmesso ai mercati, non vi sono state vere e proprie catastrofi, nemmeno in Gran Bretagna in seguito alla Brexit.

Le incertezze del periodo ‘post elezioni’, non rappresenta più un vero e proprio trauma per i mercati, e si direbbe che abbiano sviluppato una certa immunità, essendo stato, il fenomeno, comune a tanti paesi della zona euro. Chi investe ha necessità di buone intuizioni, ma soprattutto di valutazioni corrette in campo politico. Nonostante i rivolgimenti che presuppongono altri assetti, deve maturare la convinzione che i nuovi equilibri non porteranno sconvolgimenti tali da compromettere l’andamento economico, e in particolare lo status quo relativo all’Eurozona.

Questo è il faro che dà un buon coefficiente di sicurezza ai mercati, e quindi l’impulso di portare avanti le contrattazioni, nonostante la fase interlocutoria necessaria per i nuovi accordi politici non si presenti facile.

Oggi, intanto,  Piazza Affari ha registrato intorno alle undici, qualche flessione, il Fitse Mib era a -004%, con 22.194 punti, e il Fitse Italia All Share perdeva lo 0,03%. Le Borse europee stanno registrando variazioni frazionali, in clima di cautela, e in attesa della riunione mensile del Direttivo della BCE.  Sembra tuttavia che non ci siano nell’aria novità di rilievo, l’unico annuncio che potrebbe variare sarebbe quello di estendere il programma di acquisto di titoli al di là di settembre, termine confermato nella riunione del mese scorso.

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