Cronaca Economia

Gli industriali a Padoan: serve un patto per il Paese

Vincenzo Boccia e Pier Carlo Padoan
Vincenzo Boccia e Pier Carlo Padoan

Il Centro studi di Confindustria dimezza le stime del governo sulla crescita. Il capo degli industriali Vincenzo Boccia chiede un patto per il Paese. Il ministro dell’Economia Padoan assicura: “Faremo meglio”. I suoi consiglieri lavorano senza sosta per cercare di far quadrare esigenze nazionali e regole finanziarie. L’Ue non rivede i criteri di calcolo del Pil e di conseguenza si cominciano a delineare i primi tagli. A cominciare dai ministeri, che nel 2017 dovranno risparmiare almeno 5 miliardi.

Confindustria vede nero sulla ripresa. Dimezzate le stime del governo

Il centro studi: la crescita sarà dello 0,6%, senza flessibilità serviranno 16 miliardi Il ministro Padoan: riusciremo a fare meglio. Boccia: ora un patto per il Paese

«Mi auguro che sul Pil il nostro centro studi abbia torto: ho massima stima di loro, fanno un grande lavoro, ma da italiano faccio il tifo per le stime del governo» confessa il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia. Secondo il «Csc», infatti, l’economia italiana presenta «una debolezza superiore alle attese» e questo produce una nuova revisione al ribasso delle previsioni di crescita, peraltro già molto caute, presentate a luglio: nel 2016 la ricchezza prodotta salirà così solamente dello 0,7 anziché dello 0,8 e quella del 2017 appena dello 0,5 (era allo 0,6%). In pratica, in due anni, il Paese crescerà la metà di quello che aveva previsto il governo: l’1,2 anziché il 2,4%. Nel quadro delineato ieri da via dell’Astronomia a prevalere sono le tinte fosche: la produzione industriale è ferma, il credito alle imprese ancora scarso ed in prestiti alle famiglie in stallo. Anche l’occupazione, che per effetto del Jobs Act è crescita di 426 mila unità, nella seconda parte dell’anno rallenterà.

Fermi da 15 anni  

In pratica, sintetizza il responsabile del Centro Studi Luca Paolazzi, «non riusciamo a schiodarci dalla malattia delle lenta crescita di cui soffriamo da inizio 2000». E al ritmo attuale l’Italia riuscirà a riagganciare i livelli pre-crisi solo nel 2028. I rischi, infatti, nell’analisi di Confindustria, «si mantengono verso il basso. Tanto che la crescita indicata per il 2017, sebbene già del tutto insoddisfacente, non è scontata e va conquistata». Tanto più che resta alta l’incertezza politica, con tutte le incognite internazionali (elezioni Usa, presidenziali francesi, politiche tedesche) e interne (il referendum).

Il Tesoro: sentiero stretto  

Il ministro dell’Economia Piercarlo Padoan non nega le difficoltà, «il sentiero è sempre più stretto» ripete, ma sostiene che «le nuove stime del governo che saranno approvate a giorni dal consiglio dei ministri, dovrebbero essere migliori». Quelle contenute nel vecchio Def indicavano una crescita dell’1,2% per quest’anno e dell’1,4% per l’anno prossimo. Adesso il Tesoro vorrebbe abbassare l’asticella di quest’anno allo 0,8/0,9% e all’1,1/1,2% quella del prossimo. Un livello che però sarà sempre più difficile far accettare all’Ufficio parlamentare di bilancio che proprio in questi giorni ha avviato la procedura per la validazione del quadro macroeconomico col mandato esplicito di «evitare il rischio di previsioni eccessivamente ottimistiche». A vedere nero infatti non c’è solo Confindustria: secondo il Ref il 2016 chiuderà a +0,6 ed il 2017 a +0,9%, Unicredit indica +0,9 e +0,6%, Deutsche bank +0,8 e +0,4 e Citigroup addirittura +0,7 e +0,3%.

Correzione da 16,6 miliardi  

Se le cifre del Csc fossero confermate i conti pubblici andrebbero ancora più in sofferenza: il debito tornerebbe a salire toccando nel 2017 il 134% del Pil, mentre per tenere a bada «senza flessibilità» il deficit si renderebbe necessaria una correzione pari ad un punto di Pil (16,6 miliardi). «Bisogna costruire un percorso di crescita» sostiene Boccia, che in vista della legge di bilancio propone un «patto» incentrato su «tre assi» (produttività, sostegno degli investimenti, innovazione della finanza). Quanto ai nuovi dati «non c’è vena polemica – spiega -. La nostra è una constatazione a condizioni date». E infatti Padoan, che scommette molto sulla «molla» delle riforme, la vede in maniera differente: «La stima del Csc – sostiene – si basa su ipotesi di quadro programmatico differenti. Io intendo comunque le stime come una sollecitazione a prendere le misure giuste e quindi a dimostrare che queste cifre sono sbagliate». Senza polemica, ovviamente.

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