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Embraco in Italia
Economia

L’ Embraco in Italia: la sua storia e perché ha deciso di chiudere

Dopo l’incontro con il ministro Calenda, che ha definito i manager di Embraco “gentaglia”, salta ogni trattativa con le istituzioni. Come si è arrivati alla situazione attuale

Storia di Embraco in Italia. E perché ha deciso di chiudere

Sul sito aziendale, Embraco si descrive come un’antesignana della globalizzazione. È diventata una multinazionale globale ben prima che la globalizzazione diventasse il modello economico della nostra epoca.

Anno 1974, l’azienda comincia la produzione delle parti di frigoriferi, compressori, motori e parti idrauliche a Joinville, nello stato di Santa Caterina,  Brasile. Gli affari vanno subito bene e l’azienda si espande. Nelle Americhe prima, poi in Europa, e da ultimo in Cina.

La storia di Embraco in Italia è più recente, ma non di molto. Nel 1994 acquisisce lo stabilimento di Riva di Chieri, a una ventina di chilometri da Torino. L’azienda decide di stabilire qui anche la sede centrale di Embraco Europe, che comprende lo stabilimento italiano e una controllata, lo stabilimento slovacco fondato nel 1999 e situato a Spisska Nova Vess. In Italia è concentrata la produzione di strumenti per la refrigerazione domestica, mentre in Slovacchia quella commerciale.

Perché Embraco ha deciso di chiudere in Italia

Entrambi gli stabilimenti italiani forniscono il mercato europeo. Gli affari girano, presto l’azienda diventa leader anche in Europa sorretta dalle spalle larghe del Gruppo Whirlpool che la controlla. I dipendenti arrivano a superare il migliaio nel Vecchio continente, 537 solo in Italia. Poi la decisione improvvisa, inaspettata: mandare a casa 497 persone. Senza cassa integrazione, facendo infuriare il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda che non ha esitato a definire il management dell’azienda, oggi gruppo Whirpool, “gentaglia”.

Lo scorso ottobre cominciano i primi scricchiolii. L’azienda annuncia di voler ridurre i volumi produttivi assegnati allo stabilimento torinese, delocalizzando la produzione in altri stabilimenti del gruppo. In Slovacchia, che finora è stata la controllata di Torino. A ottobre l’azienda parlò di riduzione della produzione, di tagli, ma non era prevista la chiusura dello stabilimento come è emerso negli ultimi giorni, dopo la comunicazione data da Whirlpool alla Consob americana (la Sec): l’azienda, che è statunitense, è quotata in borsa e ha il dovere di comunicare ai propri investitori queste decisioni.

E stando a quanto ha riferito oggi Calenda dopo l’incontro, sarebbero proprio alcuni problemi con la loro quotazione in Borsa ad aver indotto l’azienda al muro contro muro con il governo italiano, respingendo il 19 febbraio ogni ipotesi di cassa integrazione e mostrando quello che il ministro dello Sviluppo economico ha indicato come “una totale mancanza di rispetto nei confronti dei lavoratori e delle istituzioni italiane”. Per poi rincarare la dose: “questa gentagl… questa gente non la ricevo più, ne ho fin sopra i capelli di loro e dei loro consulenti del lavoro italiani che sono quasi peggio di loro”.

I numeri della multinazionale Embraco, e la questione ‘finanziamenti pubblici’

Attualmente, sostiene l’azienda, circa il 25% del mercato globale dei compressori passa per i suoi stabilimenti, con oltre 37 milioni di compressori prodotti ogni anno, 80 nazioni coperte, e oltre un migliaio di brevetti registrati a suo nome.

Oggi in molti accusano Embraco di aver beneficiato di fondi pubblici e agevolazioni fiscali, e diversi partiti politici chiedono che restituisca i soldi prima di andare via. Ma nessuno riporta cifre specifiche, anche perché calcolare al momento quanto abbia beneficiato l’azienda è piuttosto complesso. Agi ha provato a verificare con la Regione Piemonte quanti soldi sono stati dati all’azienda, ma negli uffici attività produttive e politiche del lavoro non hanno dati a disposizione.

Ma da quello che risulta, l’azienda dovrebbe aver ottenuto due finanziamenti negli ultimi anni: il primo nel 2004, il secondo nel 2012 quando la regione finanziò la produzione di un “frigorifero extralusso”. Ma complessivamente, spiegano alcune fonti sindacali, non dovrebbe trattarsi di cifre superiori a quattro milioni di euro.

Ad ogni modo Embraco non chiuderà per fallimento, ma sposta la produzione dove conviene di più, come già in passato hanno fatto aziende nazionali e non. Annunciata la chiusura lo scorso gennaio, si era passati alla fase due:  75 giorni di trattativa in cui le parti avrebbero dovuto cercare una soluzione.  Ed è qui che si è consumato l’ultimo atto di una trattativa di fatto mai decollata.

Storia dell’ennesimo licenziamento di massa, e dell’ennesima delocalizzazione

Nell’incontro a Torino, il ministro Calenda e i sindacati avevano insistito con Embraco perché ritirasse i 497 licenziamenti e attivasse la cassa integrazione. Il gruppo brasiliano ha avanzato proposte che però Calenda e sigle metalmeccaniche hanno definito “di fantasia” e che hanno respinto.

Ora il ministro volerà a Bruxelles dalla commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager per valutare se la scelta dell’azienda di trasferire lo stabilimento in Slovacchia vada contro le regole europee della concorrenza.

Quei 75 giorni si concluderanno il 25 marzo, quando partiranno i licenziamenti collettivi. Le conseguenze sulla vita dei dipendenti e dei loro familiari saranno enormi, e in queste ore quei destini sono aggrappati alla forza delle istituzioni italiane, regionali e nazionali.

Nel 2009 Embraco ha ridisegnato il suo business model, si legge sul loro sito, con un programma chiamato The Evolution project (il progetto di evoluzione, ndr), e con l’obiettivo di dare “più abilità e flessibilità all’azienda”, con un elemento chiave a giustificare il tutto: un modello che consente di “riudurre gli sprechi e ottimizzare i processi di lavoro”. Non è meglio indicato come, ma queste maggiori “agilità e flessibilità” oggi si sono concretizzate sul futuro di 500 famiglie

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agi/Storia di Embraco in Italia. E perché ha deciso di chiudere di ARCANGELO ROCIOLA

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