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La spending review della Corte costituzionale
Economia

Anche la Corte costituzionale ricorre a giochetti contabili

La Corte costituzionale dice di aver ridotto il proprio costo a carico dei contribuenti di 9 milioni. Al netto di riclassificazione di voci, i milioni tagliati sono però solo due. Gocce nel mare della spesa pubblica. Ma i giochetti contabili da parte di uno dei massimi organi della Repubblica sconcertano.

La spending review della Corte costituzionale: fu vera gloria?

La storia di una revisione della spesa minimalista, ma presentata come un esempio virtuoso grazie a una informazione selettiva Una storia come tante altre, se non fosse che riguarda la Corte costituzionale.

Quella che segue è la storia di piccolissima revisione della spesa, presentata come un esempio virtuoso grazie a una informazione fatta di numeri selezionati ad arte e di affermazioni formalmente corrette ma sostanzialmente fuorvianti. Una storia come tante altre, e quantitativamente irrilevante, se non fosse che riguarda un organo che dovrebbe dare un esempio a tutta la pubblica amministrazione e di cui dovremmo fidarci ciecamente: la Corte costituzionale.

Una spending review apparentemente straordinaria

La parte di sinistra della tabella mostra la spesa della Corte dal 2013 al 2016, come risulta dal bilancio consuntivo, divisa nei suoi principali capitoli. Il totale della spesa (riga 11) scende da 61,6 milioni nel 2013 a 52,5 milioni nel 2016, una riduzione del 15 percento in tre anni. Ma fu vera gloria?

In giallo le voci che cambiano tra la parte sinistra e la parte di destra della tabella

Note:
1. Le righe (3) e (6) si riferiscono solo al personale di ruolo. La riga (4) comprende quindi anche la remunerazione del personale comandato, da altre amministrazioni, incaricato e a contratto. Per questa voce non è stato possibile distinguere la remunerazione lorda da quella netta. La differenza è tra un milione e due milioni di euro; se si fosse inclusa questa voce, la riduzione di spesa netta tra il 2016 e il 2013 sarebbe inferiore ai due milioni riportati nella riga (9), perché la spesa lorda per il personale non di ruolo è diminuita fra il 2013 e 2016, e quindi è diminuita anche la cifra che si dovrebbe sottrarre per passare dal lordo al netto.
2. La riga (10) non include per il 2013 e 2014 un saldo netto negativo delle partite di giro per 768 e 947 mila euro rispettivamente; tale voce nel 2015 e 2016 è stata registrata tra le entrate, con segno opposto. Per il 2015 la riga (10) non include un versamento a favore del bilancio dello stato di 1.524 mila euro. Queste voci spiegano la differenza tra la riga (10) e la riga (11), che è il totale riportato nei consuntivi della Corte costituzionale.

Fonte: bilanci della Corte costituzionale, 2016 e precedenti, e comunicazioni della Corte all’autore.

Si noti che l’intera riduzione della spesa avviene tra il 2013 e il 2014 per effetto di una drastica riduzione (8 milioni su 19) delle pensioni ai giudici e soprattutto ai dipendenti. Eppure non abbiamo avuto notizia di tagli alle pensioni della Corte, tantomeno di un dimezzamento: c’è qualcosa di sospetto. Infatti questa riduzione è esclusivamente il risultato di un cambiamento contabile: in realtà, come vedremo, le pensioni nette pagate dalla Corte sono aumentate!

Una sparizione contabile

La spesa totale per stipendi e per pensioni della Corte costituzionale, come per tutte le entità pubbliche, è di due tipi. La prima componente sono gli stipendi e le pensioni pagate: su questi il percettore paga delle tasse e degli oneri previdenziali, ritenuti direttamente dalla Corte. Queste tasse e questi oneri sono quindi uscite del bilancio della Corte, ma anche delle entrate; in altre parole, sono una partita di giro. La seconda componente sono le tasse e gli oneri previdenziali a carico della Corte. Anche questi sono sia una spesa che una entrata dello stato, cioè una partita di giro.

Chiaramente, le partite di giro non pesano sulle tasche del contribuente (nel senso di taxpayer)Il costo di una entità pubblica per il contribuente sono quindi gli stipendi e le pensioni netti che entrano nelle tasche dei dipendenti e dei pensionati di quella entità. Le tasse e gli oneri a carico del percettore e della Corte non sono un costo per il contribuente.

Nel 2014 la Corte decise di mettere la spesa pensionistica e una parte delle entrate contributive in una contabilità speciale, e di fare apparire nelle spese del bilancio solo l’eccedenza delle prime sulle seconde. Di conseguenza, dal 2014 la voce “pensioni” in bilancio non rappresenta più il totale delle pensioni pagate, ma solo una parte.

Quanto costa veramente la Corte al contribuente italiano?

Come abbiamo visto, questa non è una idea sbagliata, perché le partite di giro sono irrilevanti per il contribuente. Però bisogna farlo in modo completo, per tutti gli anni del confronto,altrimenti si viene a creare una riduzione di spesa solo apparente. Inoltre, idealmente bisognerebbe eliminare tutte le partite di giro. Infine, bisogna mettere il lettore in grado di comprendere il bilancio, cosa impossibile dal 2014, dato che le contabilità speciali apparivano solo come partita di giro.

La metà destra della tabella presenta il costo della Corte costituzionale per il contribuente: dalle spese per stipendi e pensioni vengono quindi eliminate tutte le partite di giro (eccetto per una piccola parte: vd. nota 1 alla tabella), e a partire dal 2013 incluso. La spesa per stipendi e per pensioni è dunque il netto percepito da giudici, dipendenti e pensionati (con una piccola eccezione: stipendi e pensioni sono al netto delle ritenute per Irpef etc: non include eventuali conguagli positivi o negativi in sede di dichiarazione dei redditi).

Come si vede, dal 2013 al 2016 c’è stata una piccola riduzione delle retribuzioni nette dei giudici (riga 1), grazie alla riduzione dello stipendio da 465.000 euro a 360.000 euro entrata in vigore nel maggio 2014. C’è stata anche una leggera riduzione delle retribuzioni nette del personale di ruolo e di altro personale (righe 3 e 4). Ma c’è stato un aumento, non una riduzione, delle pensioni nette pagate, sia agli ex giudici e famigliari sia agli ex dipendenti (righe 5 e 6).

In totale, la riduzione effettiva del costo della Corte a carico del contribuente è stata quindi di circa 2 milioni (riga 10) contro gli oltre 9 milioni affermati dalla Corte (riga 11). L’apparente riduzione che si evince guardando ai bilanci è il frutto di un puro artificio contabile, che ha fatto “scomparire” una parte delle pensioni (lorde e nette) nelle contabilità speciali.

Si noti un punto importante: il passaggio da 9 a 2 milioni di riduzione della spesa non è dovuto alla presentazione del bilancio al netto delle partite di giro. Avrei ottenuto la stessa riduzione di 2 milioni invece che 9 se avessi continuato a presentare le spese per pensioni e per stipendi al lordo di ritenute e oneri, ma senza cambiare il modo di presentazione nel 2014, che ha fatto artificialmente “scomparire” circa 8 milioni di pensioni totali. Presentare le spese al netto di tutte le tasse e oneri semplicemente elimina ogni arbitrarietà su quali presentare e quali mettere in contabilità speciale.

Una interessante vicenda di comunicazione

Appurati i fatti, da questo punto in poi la storia diventa una vicenda di comunicazione. Ed è una storia istruttiva, anche se riguarda pochi milioni di euro, perché coinvolge la Corte costituzionale, non proprio l’ultima delle istituzioni. Nel 2016 nel mio libro “Status Quo” misi in evidenza la sparizione di un po’ di milioni di pensioni dalle spese a bilancio della Corte. Ma non avevo tutti i numeri necessari per provare cosa era successo, anche perché la Corte non rispose mai alle mie richieste di chiarimento. A partire dal settembre 2017, ho fatto da consulente per una puntata della trasmissione Report che si occupava di spesa pubblica, andata in onda la sera dell’11 dicembre 2017.  Ottenere i dati necessari è stato un processo molto lungo e faticoso, che ha richiesto parecchi mesi (certo non ha aiutato che la Corte non abbia mia pubblicato, quasi unica nel panorama italiano, i propri bilanci consuntivi, e si sia deciso a farlo solo alcune settimane fa, sotto la pressione dell’inchiesta).

Ecco cosa scriveva la Corte all’inizio di novembre in risposta a una richiesta di chiarimenti (le parti in grassetto sono mie):

Inoltre, fin dal 2014 è stata avviata un’opera di razionalizzazione e di riduzione della spesa, nell’ambito della quale ha influito in modo rilevante anche l’attuazione della legge Fornero (riforma delle pensioni).

Tra il 2013 ed il 2014, il bilancio corrente della Corte si è ridotto da 62.816.448 euro a 57.417.331 euro, con una diminuzione di 5.399.116 euro. Il miglioramento è di natura strutturale, come dimostra il trend dei bilanci successivi:

Quindi la Corte affermava di aver attuato un “miglioramento strutturale” di oltre 9 milioni (la somma delle riduzioni nei tre anni). Ma nel seguito del documento riusciva ad indicare i dettagli di sole poche centinaia di migliaia di euro. L’origine del resto era un mistero.

Per dissipare con certezza il mistero erano necessarie due cose. Primo, i conti delle gestioni speciali, su cui erano finite una parte della spesa pensionistica. Secondo, i dettagli delle spese per stipendi e pensioni, al lordo e al netto di ritenute, oneri e trattenute. Questi dettagli erano disponibili a bilancio dal 2014, ma non nel 2013: e il 2014 è proprio l’anno, come abbiamo visto, in cui c’è stata la grande riduzione di spesa. Sulla base dei dati forniti dalla corte, il risultato è la tabella di destra che, come abbiamo visto, mostra una riduzione di spesa totale di circa 2 milioni, contro gli oltre 9 milioni “suggeriti”  dalla Corte.

Alla fine sono pochi milioni; ma è una storia emblematica, che credo valesse la pena raccontare.

ROBERTO PEROTTI – Laureato all’Università Bocconi, ha conseguito il PhD in Economics al MIT di Cambridge, Massachusetts nel 1991. Dopo 10 anni di insegnamento alla Columbia University di New York (dove ha conseguito la cattedra a vita) e due anni all’European University Institute di Firenze, nel 2005 diventa professore ordinario all’Università Bocconi, dove è anche membro del centro di ricerche IGIER, di cui è stato direttore dal 2006 al 2008. I suoi interessi scientifici sono prevalentemente in macroeconomia, e in particolare nello studio degli effetti delle politiche di bilancio. È Research Fellow presso il Center for Economic Policy Research (CEPR) di Londra e Research Associate presso il National Bureau of Economic Research (NBER), Usa. È stato consulente del Fondo Monetario Internazionale della Banca Mondiale, della Inter-American Development Bank, della Banca Centrale Europea, e della Banca d’Italia, e Academic Consultant del Federal Reserve Board di Washington. È stato co-direttore del Journal of the European Economic Association. È stato consigliere economico del Presidente del Consiglio dal settembre 2014 al dicembre 2015. È editorialista del Sole 24 Ore. Ha pubblicato “Meno Pensioni, Più Welfare” (Il Mulino, 2002, con Tito Boeri, ) e “L’Università Truccata” (Feltrinelli, 2008) e “Status quo” (Feltrinelli, 2016). 

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