Cultura

L’Esercito indigeno italiano: una realtà eroica – Le campagne di Grecia e Creta (3)

Marò del San Marco a Creta nel maggio 1941
Marò del San Marco a Creta nel maggio 1941

Innesti culturali sul filo dei ricordi e della Storia per la rubrica ”PILLOLE DI STORIA”

L’esercito indigeno italiano dal 1885 al 1941 fu protagonista della vita nelle Colonie. Migliaia di Caduti nel nome dell’Italia.

PARTE 3 – CRETA, LA CONCLUSIONE DELLA CAMPAGNA DI GRECIA

Il più imponente aviosbarco della seconda guerra mondiale è opera dei Tedeschi.

La partecipazione italiana, a cose fatte, è mortificante.

Alle ore 14,45 del 23 aprile, con la firma a Salonicco del documento di armistizio, cessano ufficialmente le ostilità nella Grecia continentale. La sera precedente i Greci, ritenendosi non sconfitti, accettano, per imposizione tedesca, di chiedere la resa anche alle Forze italiane ma i plenipotenziari greci che si presentano agli avamposti della Divisione Casale, sono, provocatoriamente, di livello inferiore: un Colonnello, un Maggiore ed un Aspirante. Il comunicato di guerra greco dello stesso giorno ne dà notizia al Paese sottolineando che “l’armistizio è firmato mentre le truppe greche si trovano ancora in territorio albanese” e, di fatto, è vero.

Il 29 aprile l’ultimo contingente britannico lascia la Grecia continentale. Il Corpo di spedizione del gen. Wilson metterà in salvo circa 43.000 soldati (dei circa 58.000) oltre a circa 10.000 fra marinai, avieri e rifugiati.

Il 27 aprile il Primo Ministro britannico, Winston Churchill, con un discorso radiofonico informa il popolo britannico delle vicende greche pronunciando gravissime accuse a Mussolini per “aver reso l’Italia vassallo dell’Impero di Hitler” profetizzando che “alla resa dei conti finale … sarà abbandonato alla giustizia pubblica e al disprezzo universale”. Mussolini da parte sua, volendo minimizzare l’azione risolutiva tedesca, si ostina a dichiarare che la guerra condotta dal nostro Esercito contro il solito nemico superiore numericamente e meglio equipaggiato, aveva ormai fiaccato la resistenza greca e che nel giro di un mese sarebbe comunque crollato. Nessun accenno all’assurdità della guerra stessa. Sarà Hitler, lo stratega paranoico, contrario all’avventura greca, in un discorso al Reichstag del 4 maggio 1941, a rendere onore agli sconfitti affermando: “Verso l’infelice popolo greco sentiamo un vivo senso di sincera compassione … La Grecia ha lottato così valorosamente che anche la stima dei suoi nemici non può venirle negata”. Non ci vuole molto acume per rilevare, nelle parole di Hitler, un indiretto rimprovero al suo alleato che non aveva realizzato la promessa di “spezzare le reni alla Grecia”.

I testi sulla “campagna di Grecia” fermano la loro attenzione all’occupazione della Grecia continentale senza neanche fare riferimento all’universo di isole del Mare Egeo. Poco si parla della “campagna di Creta” che pure ha avuto un’importanza notevole sugli sviluppi del conflitto ed altri avrebbe potuto averne che non furono presi nella dovuta considerazione.

Intanto si è creata la situazione di pericolo temuta da Hitler, cioè l’avvicinamento britannico all’area balcanica che permane anche con la caduta della Grecia. Resta infatti la più grande isola greca, Creta, dove dal 23 aprile si è ritirata la famiglia reale ed ha ripiegato il contingente del Commonwealth riuscito a lasciare il territorio greco continentale. Creta ha una posizione strategica notevole perché è al centro del Mediterraneo orientale e praticamente chiude il Mare Egeo a sud. Può essere un trampolino per puntare al Medio Oriente ed impossessarsi della fonte energetica primaria per una guerra moderna con l’acquisizione dei pozzi petroliferi. Ma probabilmente ad Hitler, che ha già un suo programma strategico-politico che non esterna ad altri – e soprattutto, in violazione al Patto d’Acciaio, al suo alleato italiano – vede l’isola solo come un pericolo costante ai pozzi petroliferi romeni.

In effetti, ancora di più si avverte non solo l’inutilità di un attacco alla Grecia ma, addirittura, la miopia politica e strategica dell’azione che ha portato il nemico ancora più vicino all’Italia. È stata creata, nel Mediterraneo orientale, una nuova spina nel fianco, presidiata dalle truppe del Commonwealth come se non ne bastasse una. Concluso il “lavoro” in Grecia ai Tedeschi resta ancora Creta per completare l’opera.

A questo punto entra in scena Göring, uno degli uomini del Nazismo più ascoltato dal dittatore tedesco, che pensa di rientrare in gioco dopo lo smacco subito nella campagna d’Inghilterra dove la “sua” Luftwaffe è stata umiliata dalla RAF britannica non riuscendo a creare quella supremazia dell’aria, premessa per l’operazione Leone marino, cioè lo sbarco in Gran Bretagna. La Germania è dotata di una potente arma costituita da un Corpo scelto ed efficiente di cui Göring va, a ragione, orgoglioso: il Corpo dei Paracadutisti che si è già distinto nella recente brillante azione con l’occupazione, il 26 aprile, del Canale di Corinto e che è stato determinante nell’offensiva occidentale del maggio 1940 con la strabiliante occupazione del Forte belga di Eben-Emael. Göring, col sostegno del comandante, il gen. Student (quello che organizzerà la liberazione di Mussolini sul Gran Sasso) convince Hitler ad impiegare i Paracadutisti per l’occupazione di Creta per concludere, con un’azione ardita e di sicuro successo, la campagna di Grecia.

Il 25 aprile Hitler dà il proprio assenso all’operazione che prenderà il nome in codice Merkur. Vi prenderanno parte la 7^ Divisione Paracadutisti ed un Reggimento alianti, in tutto 16.000 uomini, con circa 500 fra trimotori ed alianti, che scenderanno dal cielo. A questi si aggiungerà la 5^ Divisione Alpenjager (truppe di montagna) con un organico di circa 7.000 uomini che raggiungeranno l’isola via mare.

L’operazione avrà la copertura aerea di circa 400 bombardieri e 250 caccia. Sarà la più imponente operazione di aviosbarco dell’intera seconda guerra mondiale.

L’isola è presidiata da truppe britanniche, australiane e neozelandesi (circa 30.000) oltre a circa 10.000 uomini delle truppe presidiarie greche il cui armamento e addestramento è quanto meno approssimativo. Il comandante è quel gen. Freyberg, neozelandese, che avrà il suo momento di gloria nella campagna d’Italia quando sarà tra i fautori dell’inutile e sacrilego bombardamento dell’Abbazia di Montecassino e giungerà a Trieste per contrastare la drammatica occupazione iugoslava dei quaranta giorni. L’isola dispone anche del notevole supporto della potente flotta inglese di base ad Alessandria d’Egitto che alla fine di marzo ha riportato una significativa vittoria a Capo Matapan contro la flotta italiana.

Gioca a questo punto un ruolo fondamentale la perizia inglese nella decrittazione dei messaggi cifrati tedeschi per cui l’attacco dal cielo, che dovrebbe avere il favore del fattore sorpresa, è conosciuto da tempo per cui, nonostante l’ottimismo di Freyberg, da parte britannica si provvede a rinforzare le difese con l’invio di batterie antiaeree.

La preparazione dell’aviosbarco inizia con una serie quotidiana di feroci bombardamenti tedeschi sull’isola contrastati solo da terra con l’antiaerea e da mare con le formazioni navali che incrociano nell’area.

L’attacco tedesco inizia il 20 maggio ad ondate successive con trimotori che catapultano Paracadutisti o che hanno al traino gli alianti. Il vento, soffiando verso il mare, è alleato dei difensori per cui i piloti, temendo che i Paracadutisti possano finire in mare, li lanciano molto all’interno, lontano dai punti di raccolta. Quel ch’è più grave, i contenitori delle armi di reparto finiscono sparpagliati e di difficile reperimento. Non poter disporre nell’immediato di armamento pesante è un notevole handicap per reparti dotati di solo armamento leggero individuale che, una volta a terra, devono contrastare reparti nemici organizzati per operazioni di campagna, dotati anche di mezzi corazzati.

La situazione per gli attaccanti si presenta subito drammatica allorquando i Neozelandesi iniziano a sparare contro i Paracadutisti quando ancora non hanno toccato terra e possono difendersi, con l’impaccio del paracadute, con l’arma di dotazione e con bombe a mano per cui molti raggiungeranno terra già morti o gravemente feriti. Analoga situazione difficile per gli alianti che, per la maggior parte, s’infrangeranno contro le molte conformazioni rocciose dell’isola, sui molti uliveti e in mare quando non saranno distrutti dal tiro delle artiglierie. A tutto ciò si aggiunge che il gen. Meindl, che deve assumere il comando delle operazioni a Maleme, resta ferito nei primi combattimenti ed il gen. Sussmann muore addirittura nell’atterraggio. Nella parte orientale dell’isola, fra Maleme e La Canea, prendono terra circa 5.000 Paracadutisti ma non si sa quanti siano in condizioni di combattere e, comunque, il gen. Student, comandante a distanza dell’intera operazione, non è in condizione di conoscere la situazione sul terreno e quanti si siano costituiti in unità organiche idonee ad affrontare la resistenza nemica. Il primo obiettivo è la conquista dell’aeroporto di Maleme il cui possesso garantirebbe l’afflusso di materiali e rinforzi necessari per consolidare la testa di ponte. La battaglia si protrae per l’intera giornata e alla fine i Neozelandesi sono costretti alla ritirata perché, specie dai cacciabombardieri tedeschi, hanno subito anch’essi gravi perdite.

Riescono però a mantenere sotto tiro l’aeroporto dalle alture circostanti. La situazione è pesante, per i Tedeschi, anche per gli altri obiettivi, gli aeroporti di Retimo e Iraklion che, alla fine della prima giornata, restano sotto saldo controllo inglese nonostante gravi perdite.

Una menzione speciale merita la flotta inglese che già nel primo giorno dell’invasione si porta, con tre squadre, nelle acque di Creta per contrastare l’arrivo, via mare, dei rinforzi. Le perdite saranno rilevanti da ambo le parti: un convoglio con truppe da montagna è costretto a ripiegare dopo che 3 piroscafi sono colati a picco con la perdita di almeno 1.500 uomini. Gli inglesi perderanno 3 incrociatori e 3 cacciatorpediniere ma riusciranno nell’azione di contrasto.

Il giorno 22, terzo giorno di battaglia, i Tedeschi decidono di inviare i rinforzi con gli aerei approfittando della tenuta dell’aeroporto di Maleme nonostante sia sotto il fuoco costante dei mortai neozelandesi.

Riescono a far atterrare almeno 20 aerei all’ora trasportando, con materiali vari, 20 Alpenjager per ogni aereo. Lo sforzo bellico tedesco alla lunga riesce ad avere la meglio e i Neozelandesi sono ricacciati ad almeno 16 km. da Maleme che rappresenta il fulcro della testa di ponte. Il giorno 27, una settimana dopo l’aviosbarco, le truppe del Commonwealth decidono lo sgombero dell’isola e, almeno 17.000 uomini, riescono a riparare in Egitto. Le perdite britanniche ammontano a circa 13.000 uomini, compresi 11.000 prigionieri. Da parte tedesca i caduti saranno circa 4.000 oltre alla perdita di circa 200 aerei. Hitler ne rimane sconvolto e non impiegherà più i Paracadutisti se non come Fanteria scelta: mitica sarà la resistenza che opporranno agli Alleati nella battaglia di Cassino dove susciteranno l’ammirazione generale. A Creta però la Divisione Paracadutisti subisce un grave colpo dal quale, nonostante la vittoria finale, non si riavrà più.

L’operazione dei Tedeschi costituirà un fattore di studio da parte degli Alleati che, esaminandone criticamente gli sviluppi, correggeranno gli errori per le loro future operazioni ed impiegheranno le loro truppe paracadutiste in modo più razionale. Gli analisti militari capiranno che la tattica tedesca non potrà essere impiegata in operazioni del tipo blitzkrieg ma solo in azioni oltre le linee con programmi di tenuta al massimo di 48 ore in attesa delle truppe che operano a terra. L’azione tedesca avrebbe potuto anche avere  successo ma solo se si fosse svolta col favore determinante della sorpresa. Restava comunque l’handicap della mancanza di armamento pesante e del supporto di mezzi corazzati, fondamentali nella guerra moderna. Sarà su questa scorta che, in special modo gli Americani, attueranno la tattica dell’aviosbarco prevedendo anche l’arrivo, pressoché contestuale, di mezzi corazzati e blindati leggeri con aerei da trasporto idonei all’ atterraggio e decollo breve anche su terreni accidentati. Sull’azione tedesca a Creta e ad Eben-Emael gli Alleati fonderanno infatti la loro strategia che avrà successo in Normandia e ad Arnhem, soprattutto per la salvaguardia dei ponti e di posizioni strategiche per facilitare l’avanzata delle Fanterie.

In questo contesto bellico, naturalmente, Mussolini non vuole restare escluso e, nonostante la relativa vicinanza dei possedimenti italiani del Dodecanneso, riesce ad ottenere da Hitler una partecipazione, nella seconda fase, se pur a livello minimo.

Se nella campagna di Grecia il soldato italiano, fra le gravi carenze organizzative e le difficoltà operative ha espresso, comunque, il suo valore e lo spirito di sacrificio, con la campagna di Creta verrà mortificato.

Sono ormai i Tedeschi che indicano le direttive e le strategie e consentono l’arrivo del contingente, costituito da circa 2.700 uomini, al porto di Sitìa, sulla costa nord orientale, dove non si sono svolti combattimenti e non risulta la presenza di truppe a difesa. È il 28 maggio e le truppe del Commonwealth hanno già esaurito la loro azione bellica prima con lo sgombero verso l’Egitto e poi con la resa. Il 27 è stata occupata la capitale e presa la baia di Suda. Fatto sta che la partecipazione italiana è pressoché ignorata e, infatti, Churchill, nella sua opera “La seconda guerra mondiale” che gli frutta il Premio Nobel per la letteratura, non ne parla affatto mentre esalta, in effetti, l’azione dei Paracadutisti che, se pur con gravissime perdite, dimostrano che, con accorgimenti tattici ed un impiego adeguato, avrebbero potuto avere una funzione di notevole portata. Non ne parlano neanche i nostri storici perché è, in effetti, una spedizione che non ha nulla di eroico e non incide nel contesto bellico. Non ci saranno morti né feriti e il tratto di mare fra Rodi, capitale italiana del Dodecanneso, e Creta, è coperto senza che gli Inglesi contrastino lo sbarco perché impegnati nella feroce battaglia con la Luftwaffe. Insomma, tutto si svolge a dispetto di Mussolini che vuole il contributo di sangue per sedersi al tavolo del vincitore. Il ritardo nell’intervento italiano, gradito ai Tedeschi che non vogliono interferenze nei loro piani operativi, è in gran parte dovuta al gen. Bastico, vecchia figura di combattente, all’epoca comandante supremo delle Forze Armate dell’Egeo, che si adopera per guadagnare tempo con la scusa della preparazione, ben sapendo quali rischi corre il contingente non preparato ad un’azione di sbarco. Infatti, organizza prove di sbarco nei pressi di Rodi per un addestramento almeno approssimativo.

La buona sorte farà il resto e il contingente parte da Rodi quando i giochi sono ormai fatti.

I Reparti approntati sono a dir poco raccogliticci:

  • il 1° battaglione del 9° reggimento ed il 2° battaglione del 10° reggimento della Divisione di Fanteria Regina – che nell’Egeo ha il compito di difesa costiera -;
  • una compagnia di carri “L 3” chiamati, irriverentemente, “scatole di sardine” per la loro limitata portata e per la corazzatura di latta;
  • una compagnia anticarro con quattro pezzi da “47” inefficaci contro i mezzi nemici;
  • una compagnia di mortai da “81”; un plotone di Fanteria da sbarco della Marina ed un plotone di Camicie Nere di Rodi costituita, per lo più, da impiegati e giovani studenti.

Nulla che potesse in qualche modo rapportarsi alla macchina bellica tedesca né tampoco a quella britannica. L’aspetto più grave è rappresentato dalla totale assenza di mezzi idonei per un’operazione di sbarco e la mancanza di mezzi di trasporto, reparti di Artiglieria e del Genio. Inoltre, data l’inguaribile mania di “prepararsi per tempo”, le truppe vengono ammassate nel porto commerciale di Rodi fin dal mattino, sotto un sole cocente, per una partenza che, per intuibili ragioni di sicurezza, è programmata per la sera. Così se il nemico non deve sapere, non ha neanche la difficoltà di ricorrere a sofisticate operazioni di spionaggio. Se non si trattasse di una situazione drammatica la si potrebbe definire “comica” quando si è costretti a noleggiare dei caicchi, barconi di pescatori che ora vengono impiegati per gite turistiche fra le isole greche e la costa turca.

All’ultimo momento ci si accorge anche che il caicco è un barcone di non eccessiva capienza che non può neanche contenere un’intera compagnia di 120 uomini per cui si è costretti a spezzettare i reparti organici e distribuirli nei vari barconi. La classica ciliegina sulla torta: non vengono caricate le casse dei viveri e i soldati, nel loro fardello, hanno la “razione di guerra” (gallette e scatolette) sufficienti per due giorni. Il saluto del gen. Bastico conclude la giornata.

Al tramonto la flottiglia di pescherecci, assurti a “mezzi da sbarco”, affrontano il mare aperto.

Fortunatamente il mare è calmo e la traversata senza pericoli. Alla luce del mattino seguente si può vedere la consistenza del convoglio, una trentina di caicchi, e se non fosse per la scorta armata costituita da ben due MAS della Marina, potrebbe sembrare piuttosto una spedizione di pesca in grande stile. Una volta lasciate definitivamente alle spalle le isole del Dodecanneso, nel canale di Caso, il convoglio accelera e le ultime 5 imbarcazioni, non reggendo la velocità, vengono addirittura deviate sull’isolotto di Caso: è stato avvistato il nemico! Alle prime ombre della sera, dopo 24 ore di navigazione, il convoglio giunge nella baia di Sitìa dove, senza la benché minima opposizione, avviene lo sbarco. La missione ha raggiunto l’obiettivo! Sitìa però sembra disabitata. Allo sbarco si manifesta ancora una volta la grande disorganizzazione bellica perché sulla spiaggia si ammassa la truppa in attesa di ricostituire i reparti organici scaglionati sulle varie imbarcazioni. Il comandante della spedizione è irreperibile, mancano i collegamenti radio, non si sa dove andare e le uniche carte topografiche disponibili sono di tipo turistico o con indicazioni in tedesco.

Finalmente dopo tanto trambusto inizia l’avanzata e la prima sparatoria si verifica in paese quando il plotone di Camicie Nere spara contro … le galline di un pollaio. I primi prigionieri di guerra dei nostri reparti esploranti sono Poliziotti rimasti in paese a tutela dell’ordine pubblico. Una cosa è certa: in tutta la parte nord-orientale dell’isola non ci sono reparti armati. Verso mezzogiorno del 29 arriva comunque l’ordine dei Tedeschi di puntare su Ierapetra, sulla costa meridionale, a 52 km da Sitìa. Sarà una marcia con zaino affardellato, in divisa invernale, in assetto di guerra, con 40 gradi di temperatura. Poiché nell’Esercito la forma è anche sostanza, allo scopo di dare un aspetto guerriero alla truppa che occupa un territorio nemico, si dà ordine preciso di indossare l’elmetto e non togliersi la giacca. L’ordine prevede il procedere in fila indiana ai lati della strada con 50 minuti di marcia e 10 di riposo, secondo le “Disposizioni sulla Fanteria” elaborate dallo Stato Maggiore. In quelle condizioni si verificano gli sfinimenti a causa del peso degli zaini e dell’eccessivo caldo. A ciò si aggiungono la mancanza di acqua, la disidratazione e i colpi di sole. La colonna si sfalda ed alla prima tappa sono circa un migliaio i soldati che sono rimasti indietro e che raggiungeranno l’avanguardia, scaglionati, durante la notte. La mancanza assoluta di mezzi di trasporto aguzza però l’ingegno: lungo la strada s’incontrano vari somari che pascolano liberi nei campi e, ben presto, la colonna si trasforma in truppa someggiata in quanto vengono

caricati sulle bestie almeno gli zaini e l’ armamento di reparto. Si crea così anche un problema di sistemazione degli asini che ormai fanno parte integrante del Corpo di spedizione. Il problema sorgerà di notte quando i somari prenderanno a ragliare. Dopo tre giorni il Corpo di spedizione italiano raggiunge Ierapetra, con due giorni di ritardo sul piano e i Tedeschi sono lì ad aspettarlo dopo che, secondo tradizione barbarica, la città è stata saccheggiata dal vincitore.

Si conclude così la campagna per Creta da parte del Corpo di spedizione italiano. Il soldato italiano che è stato mandato a combattere con una colpevole impreparazione psicologica, materiale e addestrativa, dopo aver mostrato coraggio e spirito di sacrificio nella campagna di Grecia, viene messo in ridicolo dalla disorganizzazione operativa e umiliato dal ruolo che viene assegnato dai Tedeschi che ormai hanno il dichiarato sopravvento nella condotta bellica.

Eppure quella tragica decisione di Mussolini di aggredire la Grecia contro la stessa volontà di Hitler aveva portato le truppe dell’Asse in una posizione di favore per il prosieguo della guerra, quella di orientarla verso oriente per acquisire i pozzi petroliferi del Medio Oriente, difesi da scarse truppe britanniche. I due Caporali, divenuti condottieri, non se ne avvedono soprattutto perché il caporale bavarese ha altre mire che lo porteranno alla tragica campagna di Russia.

Ancora una volta, non volendo, Mussolini si dimostra il migliore alleato del nemico perché, non bisogna dimenticare, l’aggressione alla Grecia, decisa per una stupida ripicca, farà ritardare la campagna di Russia che, secondo i piani, avrebbe dovuto concludersi prima dell’inverno. E sarà l’inizio della fine!

COLLEGATE: 

Giuseppe Vollono

(prima edizione 2003) novembre 2016

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