Cronaca

Sulle strade dei trafficanti di uomini

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A Ventimiglia, quando scende il buio, per i trafficanti di uomini inizia l’ennesima notte di lavoro. Per un passaggio verso l’Europa i migranti pagano fino a 500 euro: vengono stipati sui camion o nel bagagliaio di un’auto. Nel reportage di Gabriele Martini il racconto di una notte con la polizia lungo il confine tra Italia e Francia.

Una notte con i poliziotti di Ventimiglia a caccia dei trafficanti di uomini

In pattuglia lungo il confine tra Italia e Francia: “Stipati come bestie”

VENTIMIGLIA – L’appuntamento è alle otto di sera in un parcheggio poco illuminato. I migranti aspettano immersi nell’oscurità. Succede tutto in pochi secondi: arriva un’Alfa 147, si ferma dietro un camion, il conducente contratta senza scendere, salgono a bordo in quattro. L’auto riparte e dopo poche centinaia di metri imbocca lo svincolo per l’autostrada, direzione Nizza. È appena sceso il buio su Ventimiglia e per i trafficanti di uomini inizia l’ennesima notte di lavoro.

Il complice che fa da piantone nei pressi della frontiera dà il via libera al telefono. L’auto staffetta passa senza problemi, ormai sembra fatta. E invece. Al casello la vettura con a bordo i migranti viene sorpassata e bloccata da una macchina civetta e da una moto della Polizia di frontiera. Fine della corsa. Il passeur sembra incredulo, scende con le braccia incrociate sopra la testa e si lascia ammanettare. Sfodera un ghigno beffardo. I documenti dicono: 42 anni, cittadinanza portoghese, residente a Nizza. In tasca gli trovano 400 euro: la somma pagata dai disperati per un passaggio a vuoto verso l’Europa.

Spesso a bordo delle auto guidate dai passeur viaggiano anche migranti minorenni. Vogliono raggiungere la Francia per chiedere asilo

La rete dei passatori  

Le vie dei passeur sono infinite. Hanno auto, furgoni, camper, Tir. Percorrono l’autostrada, la statale del Tenda o le strade di montagna che nell’entroterra portano a Sospel, sopra Mentone. Per muoversi, di solito, prediligono la notte. Ma a volte tentano di confondersi nel traffico delle ore di punta. Da inizio anno la polizia di frontiera di Ventimiglia ne ha arrestati 41 (di cui uno italiano). «Non sono balordi improvvisati, qui parliamo di una vera e propria organizzazione criminale», spiega il dirigente Martino Santacroce. «C’è chi recluta i migranti, chi raccoglie i soldi, chi cura la logistica e chi guida le vetture oltre il confine». Il viaggio costa caro: per una manciata di chilometri i trafficanti di uomini chiedono dai 100 ai 500 euro a persona.

«È un viavai continuo», sussurrano gli anziani al bar sulla strada che da Ventimiglia s’inerpica verso il Tenda. In principio erano sigarette, caffè, cioccolata. Poi è stato il turno di soldi e droga. Oggi i migranti. Sono loro l’ultimo business degli spalloni. Nell’Europa dei nuovi muri e dei fili spinati gli essere umani diventano merce.

Il 14 luglio la polizia scopre 26 migranti di varie nazionalità nascosti in un furgone. Il passeur li aveva chiusi dentro con un lucchetto

In fuga verso l’Europa  

«Al campo del Parco Roja registriamo in media un centinaio di nuovi arrivi giornalieri», spiega Fiamma Cogliolo, operatrice della Croce Rossa. Ma il numero complessivo degli ospiti resta stabile intorno a 700. «Significa che ogni notte decine di migranti tentano di attraversare il confine». Come ha fatto Manu, 18 anni, eritreo e un sogno nobile nel cuore: diventare medico a Parigi. «È arrivato qui da noi, ma ci ha subito detto che voleva andare in Francia», raccontano i volontari del campo. «Aveva attraversato a piedi il deserto, aveva vissuto l’inferno delle carceri libiche. È stato qui una settimana. Una sera è sparito. Tre giorni dopo è arrivato un suo messaggio: “Sono a Parigi. Grazie di tutto”».

La maggior parte dei migranti tenta di raggiungere la Francia a piedi o con il treno. Non sempre il viaggio prevede un lieto fine. La scorsa settimana un giovane è morto precipitando sull’autostrada appena oltre il confine. Si era inerpicato lungo il proibitivo sentiero del Passo della morte. «Questi ragazzi hanno una determinazione incredibile – racconta Cogliolo -, non li fermi in nessun modo». Chi se lo può permettere, invece, si affida ai contrabbandieri di uomini. Nella Calais italiana gli spalloni ronzano intorno alla stazione ferroviaria, vicino agli scogli del confine di San Ludovico o attorno alla chiesa delle Gianchette. Qui, da settimane, sono ospitati in cento tra donne e bambini. «Da fine luglio abbiamo accolto almeno 600 persone», spiega Maurizio Marmo, direttore della Caritas. «Ogni sera c’è qualcuno che parte. La maggioranza viene respinta, qualcuno ce la fa. Noi proviamo a sconsigliarli, ma non ci ascoltano perché ottenere l’asilo non è facile e richiede molto tempo».

A inizio luglio un tunisino viene fermato alla frontiera: nel bagagliaio nasconde 5 afghani: padre, madre e tre figlie

Nel furgone senza aria  

I contrabbandieri di uomini cercano di ridurre i rischi al minimo. I controlli a campione sono necessari, ma spesso inconcludenti. Per un passeur che finisce in manette, decine la fanno franca. «È fondamentale l’attività di intelligence: appostamenti, pedinamenti, conoscenza del territorio», spiega il dirigente della Polizia di frontiera. La settimana scorsa è stato arrestato un cittadino bulgaro, trasportava sul camion sette migranti. Erano invece in 26 i disperati stipati dentro un furgoncino bloccato il 14 luglio a Sospel. «Ammassati all’inverosimile, chiusi dall’esterno con un lucchetto. Quando abbiamo aperto il portellone, alcuni stavano per soffocare», raccontano gli agenti. Al volante c’erano due marocchini regolari in Italia. Pochi giorni prima a finire in manette era stato un cittadino tunisino che aveva nascosto nel bagagliaio della sua automobile un’intera famiglia afghana. Padre, madre e tre figlie. «Erano sporchi e stremati. I miei agenti hanno lavato le bimbe e sono andati all’Ovs a comprare vestiti decenti», racconta Santacroce.

A tarda notte i migranti, fermati qualche ora prima a bordo dell’auto guidata dal passeur, sonnecchiano sulle panche di legno negli uffici della Polizia di frontiera. Tre hanno sedici anni. Arthur viaggia da solo, è partito sei mesi fa dal Mali. Ha il viso da bambino. La sua esistenza precaria sta dentro una sacca di tela: la maglietta di ricambio, il telefonino, la bottiglia d’acqua. «Il mio sogno è vivere in Francia. Là non conosco nessuno, non ho parenti, ma almeno potrò studiare». Il maggiorenne è ivoriano. Ha la faccia stravolta dalla fatica, gli occhi arrossati, la voce impastata. Dice: «Sono stanco, non ce la faccio più». Poi, come un disco rotto, smette di rispondere alle domande e ripete: «Voglio fermarmi, voglio solo fermarmi».

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