Cronaca

Sul clima Bloomberg sfida Trump: «Il mondo non diventerà un deserto»

Sul clima Bloomberg sfida Trump

Michael Bloomberg atterra in Europa e dal palco di Torino sfida Trump lanciando il suo manifesto per il clima: «Il mondo non diventerà un deserto». Dopo la decisione del presidente americano di uscire dall’accordo di Parigi, la Bloomberg Philanthropies è pronta a sostituirsi a Washington per finanziare gli sforzi delle Nazioni Unite: «Saremo noi a fare la differenza».

La sfida di Bloomberg a Trump. “L’America salverà l’ambiente”

L’imprenditore illustra il manifesto per il pianeta alla Fondazione Agnelli: “Sindaci, aziende e cittadini alleati malgrado lo strappo del presidente”

TORINO – Nella battaglia sul clima gli Stati Uniti faranno la loro parte anche senza il governo federale. E ora che l’amministrazione guidata da Donald Trump ha deciso di uscire dall’accordo di Parigi, la Bloomberg Philanthropies è pronta a sostituirsi a Washington per finanziare gli sforzi delle Nazioni Unite.

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Michael Bloomberg atterra in Europa, sfida il presidente americano e lancia il suo manifesto per il pianeta. «Il cambiamento climatico ha il potenziale di distruggere ogni essere vivente» e rischia di trasformare la Terra «in un deserto» dice l’ex sindaco repubblicano di New York.

Bloomberg arriva a Torino accompagnato da John Elkann e parla davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nella nuova sede della Fondazione Agnelli ideata da Carlo Ratti: una casa dell’innovazione a basso impatto ambientale, dove pensare il domani della città e del Paese. Alle sue spalle, una foto con l’avvocato Gianni Agnelli e Vittorio Chiusano. Cravatta lilla, spilla a stelle e strisce appuntata sulla giacca, l’uomo che ha trasformato in una missione l’impegno per la sostenibilità, è deciso a mettere sul piatto 15 milioni di dollari per non vanificare i progressi fatti dagli Stati Uniti nella riduzione delle emissioni. «La scelta di Trump rende più difficile il nostro impegno ma, negli Usa, il governo nazionale non determina la nostra capacità di lottare contro le emissioni. Abbiamo fatto più di altri, siamo già a metà strada», scandisce l’ultimo dei multilateralisti, che dopo lo strappo ha guidato la rivolta di oltre duecento tra sindaci, governatori, imprenditori.

Obiettivo India e Cina

Bisogna agire, incalza, «fare qualcosa per il pianeta e per l’economia». Come? Attraverso un grande patto ecologista tra le «città, le aziende che puntano sulle energie rinnovabili, i cittadini che si impegnano nella difesa dell’ambiente». Un’alleanza a cui partecipa anche la Commissione Europea. In questo modo, in futuro, «anche Cina e India si renderanno conto che c’è qualcosa da fare per migliorare l’aria che respiriamo».

Tra i motori del cambiamento ci sono enti privati e fondazioni. Come la sua, nata per occuparsi di istruzione, sanità pubblica, ambiente: «Saremo noi a fare la differenza». Assieme, dice Bloomberg, ai veri attori dell’innovazione, i primi cittadini, quelli che «si concentrano sulle soluzioni dei problemi» e prendono le decisioni in grado di avere l’impatto più forte, perché replicabili. L’ex sindaco di New York lo sa benissimo: dal 2002 ha condotto una guerra senza quartiere al fumo. Sembrava un azzardo, ricorda, dai turisti volavano insulti. Oggi è la norma, praticamente ovunque. Così come è difficile da arrestare il processo di trasformazione delle centrali a carbone in rinnovabili. «Siamo riusciti a convertire un impianto sue due», sorride. Non è finita.

Il futuro e l’Africa  

Il prossimo obiettivo si chiama Africa: «Bisogna cercare di misurare i progressi, lavoriamo per capire di che cosa muoiono le persone». Perché il futuro si gioca anche lì. «Oggi, per la prima volta, le malattie contagiose uccidono più di quelle che si trasmettono», dice. Eccola, la forza della filantropia. Intervenire su temi differenti, spaziare: «Credo ci siano molte forme per rendere il mondo migliore. Sono ottimista». Il chiodo fisso, però, si chiama ambiente. «Faremo tutto ciò che l’America avrebbe fatto se fosse rimasta nell’accordo» aveva promesso dopo lo strappo di Trump. E, a ventiquattro ore dal via libera del Parlamento europeo all’accordo sulla riduzione dei gas a effetto serra da qui al 2030, finita con un «processo» al numero uno americano, ecco la sfida: «Anche senza l’impegno del governo federale, gli Stati Uniti faranno la loro parte per contrastare il cambiamento climatico».

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