Cronaca

Dalla Libia in Italia, i piani dell’Is

forze libiche fedeli ad Al-Sarraji presidiano le posizioni conquistate a Sirte, nel Quartiere 3
Le forze libiche fedeli ad Al-Sarraji presidiano le posizioni conquistate a Sirte, nel Quartiere 3

“Arriveremo dalla Libia in Italia e conquisteremo Roma”. La minaccia porta il marchio dello Stato islamico ed è affidata a un video nel quale un adepto di Abu Bakr al-Baghdadi, forse tunisino, minaccia espressamente la capitale italiana. La conferma dei piani di sfondamento sulle sponde del Mediterraneo sulla direttrice Libia-Italia emerge con evidenza man mano che Sirte viene liberata.

E da Sirte arriva la minaccia all’Italia. “Partiremo alla conquista di Roma”

Trovato il video di un jihadista tunisino: ponte per occupare l’Europa

SIRTE – «Arriveremo dalla Libia e conquisteremo Roma». La minaccia porta il marchio della bandiera nera dello Stato islamico che campeggia in alto a destra in un video mai pubblicato di circa sei minuti dove un adepto di Abu Bakr al Baghdadi, un terrorista di primo pelo forse tunisino, minaccia espressamente la capitale italiana.

È la conferma dei piani di sfondamento sulle sponde del Mediterraneo da parte dell’Isis in Libia che emergono sempre più evidenti man mano che Sirte è liberata. Un risultato ottenuto grazie agli sforzi e al sacrificio delle «katibe» libiche alleate di Fayez al Sarraj che hanno appena ripreso il controllo del Quartiere 1 pagando con 12 morti e circa 60 feriti. Progressi compiuti grazie all’aiuto dei raid americani e delle forze speciali britanniche e Usa, a cui si aggiungono gli italiani nelle retrovie.

Anche a loro si rivolgono gli anatemi contenuti nel video girato a Bengasi e ritrovato a Sirte, rara testimonianze audiovisiva di minaccia espressamente rivolta all’Italia. Sul momento della registrazione ci sono dubbi, forse l’inizio del 2016 anche se una data al termine del filmato sembra indicare ottobre 2015. Il protagonista è molto giovane, molto probabilmente appartenente al vivaio della jihad tunisina che in Libia rappresenta la cupola dell’Isis, e alterna una tunica blu ben rifinita alla mimetica, e in testa sempre il consueto copricapo. Si presenta come Abu Omar al-Magrebi, forse uno studente di medicina visto che in un tratto del filmato indossa un camice bianco e insegna a un gruppo di jihadisti sudanesi procedure di pronto soccorso e rianimazione, con tanto di medicinali, garze e strumenti medicali. Il monologo in arabo si alterna a immagini di repertorio con la musica ininterrotta che assomiglia a una danza di guerra. Appare il pulsante rosso di un radio-detonatore, esplosioni, cadaveri, battaglie.

Dal minuto 3 e 45 iniziano le invettive contro i nemici del califfato libico. «Infedeli vi raggiungeremo ovunque voi siate e vi faremo saltare in aria. Delle membra faremo brandelli», dice il giovane oratore: annunciando l’arrivo di kamikaze. «La Libia diventerà il ponte per l’occupazione di Africa ed Europa, con il permesso di Allah». A conferma di quanto l’intelligence libica ha più volte detto, gli sgherri del Califfo puntavano su Misurata e Tripoli per sfondare in Tunisia e prendere il controllo di tutta l’Africa settentrionale. Poi l’Europa, l’Italia in primis. Abu Omar si fa riprendere con il kalashnikov mentre un veterano della jihad, dalla lunga e folta barba nera, gli spiega come colpire gli infedeli: «Non vi è altra legge che quella di Allah». La campagna di espansione del califfato del Maghreb viene snocciolata nelle sue fasi, con l’annientamento di tutti i nemici, «infedeli e collaborazionisti degli Stati Uniti».

Quindi passa alla seconda fase della guerra di conquista. «Dalla Libia, da qui (Bengasi) daremo fuoco alle polveri che avvolgeranno l’Andalusia e Roma, se lo vorrà Allah». Lo sbarco nel Vecchio continente sembra articolarsi su due direttrici, come una sorta di manovra a tenaglia dalle pendici mediterranee dell’Europa Centro-occidentale, ovvero da Spagna e Italia. È chiarissimo quando pronuncia il nome di Roma, lo dice forte, è un chiaro avvertimento, che rimbalza quando il giovane jihadista appare in primo piano mentre scruta col binocolo l’orizzonte. Intorno Bengasi e il deserto, poi il nulla.

Gli ultimi trenta secondo sono l’epilogo del canto della guerra, il dottorino-jihadista allarga il suo campo di orizzonte riportando alle menti di chi lo ascolta l’inferno di Parigi, quello di Bruxelles e le esplosioni nelle altre città in giro per il mondo. «Ti dico fratello mio con tutta l’anima, metti le cinture esplosive, fallo per il tuo dio, attacca aeroporti e confini». È la chiamata alle armi dei martiri del califfato ai quali ricorda: «Da questo luogo in terra libica nonostante i loro muri ai confini, nonostante la loro intelligence e i loro mezzi, siamo arrivati nella terra del Califfato. E dal Califfato andremo a morire per la causa».

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