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Cronaca

Bashar al Assad: “Pronto a trattare ma non con i terroristi”. DAVID ALANDETE*

Il presidente: “Fra 10 anni vorrei aver salvato il mio Paese, anche senza esserne più a capo”

DAMASCO. Bashar al-Assad, diventato presidente della Siria alla morte del padre nel 2000, dopo lo scoppio della guerra civile ha perso il controllo di parte del paese. Recentemente ha recuperato terreno e il suo esercito ha lanciato un’offensiva per tagliare le vie d’accesso e di rifornimento dei ribelli con la copertura dell’aviazione russa.
 

Russia e Stati Uniti la settimana scorsa hanno annunciato una tregua. Il governo è disposto a rispettare il cessate il fuoco e la sospensione delle operazioni militari in Siria?
“Naturalmente. Siamo pronti per la tregua, ma dipende da quello che accadrà sul terreno. E poi il concetto di cessate il fuoco non è corretto, perché è qualcosa che avviene fra due eserciti o due paesi in guerra. Qui è meglio utilizzare il concetto di cessazione delle ostilità. Bisogna innanzitutto smettere di sparare, ma anche impedire che i terroristi ne approfittino per rafforzare le loro posizioni. Bisogna poi impedire ad altri paesi, in particolare alla Turchia, di inviare uomini, armi e ogni sostegno logistico ai terroristi. C’è una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu su questo punto che non è stata rispettata. Se non saranno garantiti questi requisiti, non ci sarà stabilità in Siria, ma solo più caos. Si rischia la divisione del paese. Se vogliamo cessare le ostilità sono necessari questi requisiti”.
 
Quindi i combattimenti proseguiranno nonostante il cessate il fuoco, almeno contro alcuni gruppi armati?
“Certo: contro l’Is, Al Nusra e altre organizzazioni terroristiche legate ad Al Qaeda. Siria e Russia hanno fatti quattro nomi: Ahrar al-Sham e Jaysh al-Isla, Fronte Al Nusra e Is”.
 
Le sue truppe circondano Aleppo, bastione dell’opposizione. Quando prevedete di recuperare il controllo totale della città?
“Siamo già entrati nel centro della città, gran parte di Aleppo è tornata sotto il controllo del governo. La maggior parte degli abitanti si è spostata dalla zona sotto il controllo delle milizie armate alla zona controllata del governo quindi la questione non è più recuperare il controllo della città. Il nodo è chiudere i collegamenti con la Turchia e fra i gruppi terroristici. Questo è il cuore della battaglia in corso ad Aleppo e recentemente siamo riusciti a chiudere le rotte principali. Non abbiamo bloccato tutte le vie tra Aleppo e la Turchia, ma abbiamo reso più difficile i passaggi. È per questo che Ankara sta bombardando i curdi”.
 
E dopo Aleppo? L’esercito siriano arrivarà a Raqqa, capitale dello Stato islamico?
“In teoria siamo pronti ad andare ovunque, ma ora siamo impegnati su dieci fronti. Stiamo avanzando verso Raqqa, ma siamo ancora lontani. I tempi dipenderanno dagli esiti delle battaglie in corso”.
 
Se come ha detto Lei tutti quelli che combattono il governo sono terroristi, con chi state negoziando a Ginevra?
“A Ginevra doveva esserci un mix: estremisti formati in Arabia Saudita, e terroristi legati ad Al Qaeda. E poi gli altri, indipendenti o oppositori che vivono in esilio. Possiamo negoziare con questi ultimi, con i patrioti legati al loro Paese, ma non con i terroristi: per questo la conferenza è fallita”.
Cosa attira in Siria un gran numero di combattenti stranieri?
“Il sostegno che ricevono dall’estero. L’Arabia Saudita è il principale finanziatore di quei terroristi. Li mettono su aerei e li spediscono in Turchia, e da lì in Siria. Altro fattore d’attrazione è il caos, terreno fertile per i terroristi. E l’ideologia, perché questa zona, nella nostra cultura religiosa islamica occupa un posto rilevante. Loro credono di poter venire qui e creare il loro Stato da cui espandersi in altre aree, combattere e morire per Allah: e per loro questo è la jihad”.
 
Se riuscirà a imporre il suo controllo su tutto il territorio siriano, darà inizio a un processo politico? Indirà nuove elezioni?
“Per prima cosa bisogna formare un governo di unità nazionale che includa tutte le correnti politiche. Questo governo dovrà preparare una nuova Costituzione che dovrà essere sottoposta a referendum. In funzione della nuova Costituzione si terranno elezioni anticipate”.
 
Dove si vede fra dieci anni?
“La cosa importante è come vedo il mio paese, perché ne sono parte. Fra dieci anni vorrei essere riuscito a salvare la Siria, ma non significa che continuerò a esserne il presidente. Se sarò la persona che avrà salvato la Siria avrò fatto il mio dovere”.
 
Fra dieci anni si immagina al potere?
“Non è il mio obbiettivo. Non mi interessa il potere. Se il popolo siriano mi vorrà rimarrò, se non mi vorranno non potrò farci nulla. Se non potrò aiutare il mio paese, lascerò subito”.
 
© El Pais / Lena, Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Fabio Galimberti / larepubblica

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