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Salvataggio di Ciro
Cronaca

I bambini eroi: Ciro, Giulia e Pia, simboli loro malgrado

Da Ischia ad Amatrice a San Giuliano di Puglia, un filo rosso unisce questi drammi italiani e ci lascia una speranza, quella dei bambini eroi. Raccontiamo le storie di Ciro, Giulia e Pia, simboli loro malgrado.

Medaglia “al valore” per Ciro. E lui: “Che ha fatto il Napoli?”

A 11 anni ha guidato i soccorritori: “Il primo pensiero è stato Dio. Ora ci vuole una casa, abbiamo perso tutto”

Non ha quasi più voce Ciro ma continua a parlare seduto nel letto dell’ospedale di Lacco Ameno dove è stato ricoverato per curare la frattura provocata al piede destro dal crollo della sua casa. «Che ha fatto il Napoli?», chiede ai medici ricordando perfettamente che la sua squadra doveva giocare martedì sera. Due a zero, gli rispondono. E lui esulta. Ringrazia la ministra della Difesa Roberta Pinotti che gli ha infilato una medaglia con il nastro tricolore.

«È solo un ricordo che ho messo personalmente a Ciro per testimoniare che tutta l’Italia lo ha guardato», spiega la ministra. Ma non è molto diversa dalle medaglie che vengono consegnate sul podio agli atleti migliori, Ciro la porta con orgoglio sulla sua maglietta verde. Ha una parola per tutti, ha le parole che mancano al fratellino Mattias di 7 anni che ancora riesce a raccontare poco o nulla di quello che ha vissuto. Ciro, invece, ricorda e parla senza problemi delle lunghe ore sotto le macerie.

«Non vedevo niente, ero in un buco piccolo.  Mi sono svegliato in un buco enorme con una mascherina di ossigeno e il piede incastrato, mi hanno salvato, mi hanno portato su con la corda, uno mi lasciava a un altro e poi a un altro e a un altro, piano piano, mi hanno portato su. Poi ho trovato tutti e un grande applauso. Pensavo che fossero in cinque-sei, in realtà poi mi hanno detto che erano in sessanta. Li ringrazio tutti. E, sì, ho anche pregato: se sono salvo è merito di tutti quelli che hanno lavorato per liberarmi ed è la prova che Dio esiste».

Ciro però si mantiene lucido anche ora, nonostante la difficile prova appena superata, si rende conto molto bene dei problemi che dovranno affrontare. «Ora ci vuole una casa, abbiamo perso tutto». Vorrebbe anche tornare a giocare a calcio con gli amici, andare al mare e ritrovare le sue cose.

FLAVIA AMABILE

GIULIA: “Ho chiesto a papà di tornare, l’estate per me è solo qui”

Nel sisma Giulia ha perso la mamma e il fratellino. Ora vive a Roma. “Ma voglio stare dove sono nata”

«Perché non torniamo a Amatrice?». E’ luglio quando Giulia Baccari rivolge questa domanda al padre, undici mesi dopo il terremoto che le ha portato via la madre e il fratello e l’ha lasciata per ore sotto la casa con la speranza di salvarsi. Non era mai più tornata nel paese dove è nata e cresciuta. Il papà ha deciso di trasferirsi a Roma dove si dedica totalmente a lei, senza avere più un lavoro. Era una domanda difficile, prima di rispondere il papà ha chiesto aiuto agli psicologi che seguono la piccola da un anno. «Se è lei a aver espresso questo desiderio, perché no?», gli rispondono. E’ estate e per Giulia l’estate è sempre stata ad Amatrice: dai sei anni in poi ha iniziato a vivere a Roma dove la mamma lavorava nei giorni feriali e nei fine settimana e durante le feste e le vacanze, nel suo paese. Ad un certo punto il richiamo della sua terra è stato più forte della necessità di rimuovere il passato. L’arrivo è stato disorientante.

La loro casa non c’è più, era proprio sotto la Torre Civica, nel cuore del centro storico distrutto. Non c’è più nemmeno la casa dei nonni. Ma i nonni l’hanno accolta a braccia aperte nella casetta dove vivono da giugno. C’è anche un’area giochi, fuori ci sono i negozi, Giulia ha giocato e corso con la spensieratezza della sua età. Non ricorda molto delle lunghe ore trascorse sotto le macerie. Ricorda soprattutto il momento in cui l’hanno liberata, gli abbracci, le lacrime, gli applausi, la luce. Ricorda la mamma e il fratello, ne parla spesso, imbarazzando il resto della famiglia che spesso non sa come affrontare i suoi discorsi sul passato.

Dopo la prima volta ad Amatrice è tornata di nuovo. «Mi piace», ha detto. Presto torneranno a vivere per sempre lì anche i cuginetti con cui è cresciuta. Fra qualche mese forse la famiglia Baccari potrà festeggiare di nuovo ad Amatrice il Natale. E anche dentro Giulia, giorno dopo giorno, sta nascendo una nuova Amatrice.

FLAVIA AMABILE

Pia Antignani: “Mi crollò la scuola addosso, voglio diventare geologa”

La ragazza aveva 10 anni quando il sisma decimò la sua classe: «Ho studiato per non cedere al panico»

Un boato e il muro della classe che si accartoccia. Nella sua mente di bambina di 10 anni, Pia Antignani non si era resa conto della tragedia che stava vivendo: il terremoto del 2002 a San Giuliano di Puglia provocò la morte di 27 bambini e una maestra. Molti erano suoi compagni di classe. «Sono stata sei ore sotto le macerie ma non mi ha sfiorato l’idea che sarei potuta morire…Pensavo di star vivendo una “avventura” e questo ha innescato un meccanismo di autodifesa che mi ha permesso di rimanere lucida e viva», racconta la ragazza oggi 25enne.

Spigliata e attenta alla moda, si è laureata a giugno in Geologia a Padova: «Ho preso quella facoltà proprio per dare un senso al trauma subito». Trauma che si è rivelato poco a poco nel corso degli anni: «Non ho riportato particolari lesioni fisiche e nell’immediato neanche conseguenze psicologiche. Lentamente però sono affiorate paure e fragilità mai avute, come guidare da sola, rumori troppo forti, claustrofobia».

Studiare, però, «a livello scientifico» quel tremare della terra, «porsi faccia a faccia» con quel fenomeno che ha sconvolto la vita del suo paese ha «aiutato» Pia a non cedere al panico. Per questo, secondo la ragazza, piuttosto che stare «a guardare le solite immagini delle macerie e gli speciali in Tv», si dovrebbe «pensare e lavorare solo sulla prevenzione e l’informazione antisismica».

Lei, da parte sua, sta già intervenendo a convegni ed eventi pubblici. «Lo faccio anche per mostrare ad altri come me che bisogna lottare ogni giorno. Non è facile, lo so, e so che ci sono persone a cui “è andata peggio” anche se non amo questa espressione perché a livello psicologico siamo tutti alla pari. Credo però che sopravvivere ad una tragedia simile sia un’opportunità, una “seconda vita” che ci è stata regalata, e non va sprecata».

SALVATORE CERNUZIO

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