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Svolta nell’inchiesta Consip: arrestato l’imprenditore Alfredo Romeo

Inchiesta Consip

Dopo mesi di indagini tra Napoli e Roma, nell’inchiesta sugli appalti Consip finisce in manette l’imprenditore Alfredo Romeo accusato di corruzione. Nelle carte spunta il nome di Renzi. Il padre dell’ex premier indagato: al setaccio i contatti. I pm: «Tiziano Renzi si faceva promettere soldi». Lui replica: falso.

Il re degli appalti pubblici arrestato per corruzione

Svolta nell’inchiesta Consip, in carcere l’imprenditore Alfredo Romeo. Il gip: lotta a suon di tangenti. Al setaccio i pizzini recuperati in discarica

ROMA – Un’appaltopoli tra Roma e Napoli per aggiudicarsi lavori milionari nel settore del «facility managment» in cambio di tangenti. Il tutto con il coinvolgimento di esponenti politici «del massimo livello».

Con l’accusa di corruzione è stato arrestato ieri mattina l’imprenditore campano Alfredo Romeo nell’ambito dell’inchiesta della Consip, la centrale acquisti della pubblica amministrazione che dipende dal ministero dell’Economia. Affari per 2 miliardi e 700 milioni che vede l’azienda di Alfredo Romeo al primo posto di una gara d’appalto di tre lotti per 600 milioni. Per servizi vari di manutenzione, mense, pulizie in strutture pubbliche. Un impianto corruttivo, il «sistema Romeo», una «lotta imprenditoriale a suon di tangenti» per aggiudicarsi il più grande appalto d’Europa.

Nell’arco di due anni il titolare della «Romeo gestioni spa» ora in manette ha versato 100 mila euro di mazzette all’alto dirigente Consip Mario Gasparri. Anche quest’ultimo è indagato per corruzione, ma in stato di libertà. La custodia cautelare in carcere nei confronti di Alfredo Romeo – disposta dal gip Gaspare Sturzo del Tribunale di Roma su richiesta del pm Mario Palazzi e dell’aggiunto Paolo Ielo – è stata eseguita dai carabinieri del Noe e dalla polizia tributaria della Finanza.

L’inchiesta nasce alla procura di Napoli (pm Henry John Woodcock) e una parte finisce per competenza nella capitale. Una mole di intercettazioni, tra le quali anche quella che tira in ballo l’ex premier Matteo Renzi. Lo cita il factotum di Romeo, l’ex deputato An Italo Bocchino, che al telefono con l’imprenditore gli ricorda i «60 mila euro che ti ha chiesto Renzi». Il riferimento è alla fondazione dell’ex presidente del Consiglio, il quale, va sottolineato è estraneo all’inchiesta.

Indagato per traffico di influenze illecite è invece suo padre, Tiziano Renzi. Stessa accusa anche per l’ex parlamentare Bocchino (ritenuto dai magistrati «l’alter ego di Romeo, l’altra faccia della stessa medaglia»), e l’imprenditore del settore farmaceutico Carlo Russo. Rivelazione del segreto d’ufficio e favoreggiamento sono invece i capi di accusa contro Luca Lotti, già sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e ora ministro dello Sport, il comandante generale dell’Arma dei carabinieri Tullio Del Sette, e il comandante della Toscana dei carabinieri Emanuele Saltalamacchia. Tra gli elementi contro Alfredo Romeo – 64 anni compiuti proprio ieri – ci sono anche numerosi pizzini, biglietti scritti per comunicare con Gasparri e Bocchino nel tentativo di aggirare l’orecchio investigativo. Romeo li ha strappati, e gettati nel cestino dei rifiuti del suo ufficio romano. Ma i carabinieri del Noe, pazzesco, li hanno recuperati nella discarica di Roma.

Fondamentale poi la confessione di Gasparri: ha ammesso di aver fornito all’imprenditore casertano d’origine ma napoletano d’adozione, informazioni preziose sui bandi, di averli preparati ad hoc per favorirlo. Lo scorso dicembre Gasparri riferì agli inquirenti che «Romeo, ultimamente, e cioè subito dopo l’estate mi disse che aveva fatto un intervento sui vertici Consip attraverso il massimo livello politico; non mi disse chi era il politico o i politici presso i quali era intervenuto ma mi disse che si trattava del “livello politico più alto”». Secondo Gasparri, le pressioni esercitate sui vertici di Consip da parte di Romeo erano frutto di una «ossessione perché riteneva di essere vittima di un complotto. Era convinto che i vertici Consip favorissero la società Cofely, capogruppo di un raggruppamento di imprese di cui faceva parte anche una società riconducibile a Bigotti, imprenditore che, a suo dire, era legato all’onorevole Verdini».

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