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Campagna choc contro l'utero in affitto
Attualità Editoriali

Pro Vita e Famiglia evita serie riflessioni preferendo la pubblicità

Camion a vela in giro per 15 giorni a Roma per pubblicizzare una campagna di “Pro Vita e Famiglia” contro un tema delicato come quello dell’utero in affitto.

Pro Vita e Famiglia evita serie riflessioni preferendo la pubblicità

Castellammare di Stabia – Numerosi camion a vela, così come accade per pubblicizzare biscotti, dentifrici e pannolini da oggi, martedì 9 luglio, a cura dell’organizzazione Pro Vita e Famiglia, girano per Roma per una campagna contro l’utero in affitto.

Un problema delicato che non può essere trattato in modo volgare e come un prodotto commerciale così come  è stato studiato dai proponenti di detta campagna che, al solito, hanno badato solo al mettere in campo cose “forti” dal punto di vista mediatico unicamente per dare immediati e comunque distorti messaggi.

Intanto noi pensiamo che il tema meriterebbe altra definizione, meno aggressiva, meno fuorviante e più culturalmente appropriata: gravidanza per altri (GpA), che come è evidente ha tutto un altro significato, dà un differente e più umano messaggio, evita volute semplificazioni che limitano il dibattito necessario sul Si o sul No.

Campagna choc contro l'utero in affitto 1
Campagna choc contro l’utero in affitto

L’immagine che è riportata sul “camion pubblicitario”, raffigura dei bambini dentro dei barattoli di vetro che, come affermano Toni Brandi e Jacopo Coghe, presidente e vice presidente di detta organizzazione e del congresso Mondiale delle Famiglie:

“E’ la nostra denuncia agli orrori di questo commercio e contro il business dell’affitto di uteri e compravendita di ovuli”.

Un’immagine per le vie della capitale che intende fare immediata presa e probabilmente la fa, soprattutto su chi non ha avuto la possibilità di approfondire la problematica, su chi conserva concetti legati a culture chiuse e poco disponibili a guardare i problemi in maniera più ampia, su chi in modo pregiudiziale rifiuta e limita ogni possibile dialogo.

Per onestà intellettuale, ecco perché manifesti e camion pubblicitari vanno evitati, va detto che il tema è così vasto che consiglia ascolto e riflessione soggettiva e collettiva perché duro è il conflitto cui vivono tante donne che non sono per il rifiuto assoluto ma neppure l’adesione incondizionata.

Chi nutre dubbi e intende riflettere, è tacciato di pluralismo irresponsabile, mentre su quest’argomento il dubbio, oltre ad essere naturale, risulta essere fondamentale.

Semplicisticamente la nota diffusa per questa campagna affronta il problema del desiderio di una donna che intende avere un bambino e non può per svariati motivi, chiedendosi se “rispetta il diritto del minore a non essere sfruttato come oggetto dei desideri tra una Suv e una vacanza alle Bahamas”.

Anche qui quest’altro aspetto della complessa questione è affrontato semplicisticamente e strumentalmente usando il diritto, non del minore come è detto, ma più correttamente del feto, negando così l’autodeterminazione della donna, la possibilità di decidere di essere o non essere madre di, come afferma Francesco Izzo, “compiere con la gestazione per altri, non solo un atto d’amore ma di libertà e di progresso”.

Niente “pubblicità stradale” ma incentivazione di percorsi di riflessioni per cercare di trovare mediazioni capaci di stabilire regole perché ognuno faccia quello che crede giusto fare, limitando chi invece abusa e approfitta delle fragilità economiche di tante donne.

Campagna choc contro l'utero in affitto
Campagna choc contro l’utero in affitto

La nota conclude con un appello al ministro Matteo Salvini, “che, con forza, si è sempre battuto contro l’utero in affitto e per garantire una mamma e un papà ai bambini affinché emani un provvedimento che impedisca le trascrizioni anagrafiche alle coppie dello stesso sesso”.

Oltre a capire quanta competenza istituzionale possa avere su questo tema un ministro dell’Interno, vale la pena ricordare che i due personaggi in questione, Toni Brandi e Jacopo Coghe, sono anche i protagonisti dell’organizzazione del Congresso sulla Famiglia di Verona che si è tenuto nello scorso novembre, che mirava a smantellare i tanti diritti conquistati dalle donne e che contribuirebbe pesantemente ad alimentare la disuguaglianza di genere.

Un congresso che ha voluto promuovere un’idea di famiglia composta esclusivamente da madre, padre e figli biologici e che intendeva promuovere leggi volte a negare i diritti di chi non è incluso in questa visione della famiglia rigidamente patriarcale ed etero normativa della società.

Giovanni Mura

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