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Legge elettorale, Grillo tentato dal no
Politica

Legge elettorale, Grillo tentato dal no

Intanto Grillo è tentato di dire no all’accordo M5S-Pd-Fi. Ma secondo Francesco Bei «in questa fase in Italia forse la proporzionale, con tutti i suoi difetti, è un ritorno al futuro necessario».

Marte e Venere nell’urna

ROMA – Se il maggioritario viene da Marte, la proporzionale (chiamiamola così, al femminile) viene da Venere. Il maggioritario è legge elettorale per lo scontro tra maschi alfa. È la macchina da guerra di Occhetto, gioiosa ma pur sempre belli instrumentum. È Berlusconi e la sua crociata contro i comunisti che «in Cina bollivano i bambini per poi concimarci i campi». È D’Alema, che il Cavaliere, in caso di vittoria maggioritaria nel ‘94 l’avrebbe visto bene a chiedere l’elemosina. È chi vince piglia tutto, impone i suoi ovunque, è vertigine del potere. Ha funzionato per tanti anni, ma funziona ancora?

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Per i nati dagli Anni Settanta in avanti la proporzionale, al massimo, è un ricordo d’infanzia. Cresciuti con il mito del sindaco d’Italia, che la sera stessa delle elezioni si trova unto di un potere quasi assoluto, tutt’al più mitigato dai «ricatti» dei cespugli che si è dovuto tirare dietro. Fu così con Berlusconi e poi con Prodi. Per oltre vent’anni abbiamo vissuto in un clima da guerra civile strisciante, gli uni contro gli altri armati: nelle rispettive propagande da una parte c’erano i comunisti assetati di tasse, dall’altra gli amici dei mafiosi, i delinquenti, i fascisti. Da una decina di giorni, appena la proporzionale ha iniziato a sprigionare i suoi vapori, sembra che magicamente la rissa continua tra i partiti sia cessata. È come se un velo di bromuro sia calato sul Parlamento, persino Beppe Grillo ieri è parso pacificato, ha quasi chiesto scusa per aver dato l’impressione di voler affossare l’accordo a quattro sulla nuova legge. Venere contro Marte. Per un Paese diviso come il nostro la proporzionale è la medicina che spinge al compromesso, alla rinuncia a quella parte di noi più insopportabile all’altro. Mentre il maggioritario ci lascia nudi di fronte al nemico, la proporzionale elimina l’ansia da prestazione, quella che ti costringe ad avere un voto in più dell’avversario per poterlo schiacciare.

In Italia nessuno si fida di nessuno. La proporzionale spinge i partiti a mettersi d’accordo, a trovare un’intesa – anche di governo – e poi presentarla ai propri diffidentissimi elettori. Non trasforma una minoranza in maggioranza artificiale. Il maggioritario purtroppo funziona nelle nazioni più mature, pacificate, dove la gente si vaccina perché sa che è giusto, non perché ha paura dello Stato. Dove non parli male del tuo Paese e rispetti le regole anche se non c’è un vigile a controllarti. Dove i partiti non si delegittimano l’un l’altro. In questa fase in Italia forse la proporzionale, con tutti i suoi difetti, è un ritorno al futuro necessario.

Senza contare un altro elemento fondamentale. Sia il Porcellum di Berlusconi che l’Italicum di Renzi (non erano tecnicamente leggi maggioritarie, ma comunque majority assuring, ovvero assicuravano una maggioranza certa e un vincitore sicuro) furono leggi elettorali che una maggioranza risicata impose a forza al resto del Parlamento. Stavolta siamo di fronte a un’intesa che coinvolge la stragrande maggioranza delle forze politiche, oltre l’80 per cento dei parlamentari, secondo qualcuno. Domani nessuno potrà rinfacciarla all’altro.

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lastampa/Marte e Venere nell’urna FRANCESCO BEI

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