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I franchi tiratori minano la riforma
Politica

Legge elettorale in aula, addio ai capilista

L’intervento dei cosiddetti “franchi tiratori” mette a rischio la tenuta dell’intesa sulla nuova legge elettorale: ai primi passi della riforma in aula mancano 66 voti dei deputati i cui partiti hanno siglato il patto per il modello tedesco.

I franchi tiratori minano la riforma

Alla camera mancano i voti di 66 deputati, sospetti e scambi di accuse tra i partiti. Vacilla l’accordo a quattro sul modello tedesco. I tempi per il via libera si allungano

ROMA – Ieri alla Camera la maionese della legge elettorale sembrava impazzita. È successo quando al primo voto a scrutinio segreto sulle pregiudiziali di costituzionalità sono mancati 100 voti. Al netto dei deputati in missione, all’appello non ce n’erano 66. È scattato l’allarme rosso ed è partito lo scaricabarile su chi fossero i franchi tiratori. I sospetti si sono subito concentrati sui grillini che hanno chiesto di rimandare il voto finale alla prossima settimana. Il Pd ha dato la sua disponibilità e alla fine è stato deciso che la deadline sarà martedì mattina. Il tempo necessario in questo weekend per consentire a Grillo di consultare on line la base: vuole chiedere il via libera alla legge anche senza le preferenze e il voto disgiunto. Ben sapendo che in aula non passeranno né queste né quello.

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Del resto l’intesa in commissione Affari costituzionali tra Pd, Forza Italia, Lega e 5 Stelle non prevedeva nulla di tutto ciò. Ma M5S insiste perché una parte del movimento (Lombardi e Fico sono i capofila dei dissidenti) contesta l’accordo e non vuole rinunciare a modifiche considerate essenziali. Allora, dice Grillo, «l’ultima parola spetta agli iscritti». «Non è una giravolta – precisa Toninelli – ma ci chiediamo se Renzi tiene i suoi nel voto segreto o torneranno i 101 franchi tiratori?».

Pd preoccupato: teme che la mossa grillina sia propedeutica allo strappo mentre ieri in Transatlantico i centristi e Mdp avevano il sorriso stampato sulle labbra. «Tu chiamale se vuoi elezioni…», canticchiava il capogruppo di Ap Lupi. «Si stanno incartando da soli», diceva soddisfatto Speranza, uno dei leader degli scissionisti di Mdp.

Il problema è che su 200 votazioni previste, ben 100 sono a scrutinio segreto. Può succedere di tutto. Il Pd mette le mani avanti: se salta l’intesa si torna al muro contro muro e potrebbe essere recuperato il Rosatellum che i 5 Stelle vedono come fumo negli occhi. È chiaro che si tratta di un avvertimento per mettere paura a Grillo, che invece tira dritto con il blog.

«I grillini cambiano idea sulla legge elettorale – ha scritto Renzi su Istagram – che loro stessi hanno voluto e votato. Sono passati due giorni e già hanno cambiato posizione? Due giorni!». Ma Renzi ha un problema interno. Alla riunione del gruppo, gli orlandiani hanno fatto presente che non possono rinunciare ai loro emendamenti se i grillini votano non rispettando i patti. La vera incognita è il blog dei pentastellati: è difficile fare accettare alla base un accordone con i nemici giurati Renzi e Berlusconi. Tra l’altro, dicono i Dem, Grillo ha sottovalutato il peso dei più radicali, che sarebbero in maggioranza tra i senatori. Se alla fine il voto on line fa saltare tutto in aria già alla Camera, non sarà possibile reggere l’intesa con la sola Forza Italia.

Un’intesa fragilissima al Senato. Matteo Renzi è assai irritato ma non lo dà a vedere. Non è Grillo il suo primo bersaglio nelle conversazioni private, bensì il partito dei frenatori: al telefono con i suoi senatori il leader Pd si lascia andare a sferzanti battute contro quei commentatori che smontano l’accordo sulla legge elettorale. Il leader Pd è convinto che sia lui il bersaglio principale, ma in mezzo c’è pure il capo dello Stato perché non ostile al voto a settembre, nonostante siano tanti i contrari: da Napolitano a Veltroni, Prodi, Letta, lo stesso Gentiloni. Il quale, spiega il portavoce del Pd Richetti, se salta l’accordo sarà costretto a prendere atto che con questo Parlamento è difficile andare avanti. E la stessa deduzione dovrebbe farla Mattarella. Dice Richetti che se viene meno l’intesa «è molto difficile che se ne faccia un’altra». «Secondo me non verrebbe meno la necessità di elezioni anticipate. Anzi, il contrario». E in ogni caso, se si dovesse armonizzare il sistema elettorale della Camera con quello del Senato come condizione per il ritorno alle urne, «non andremo certo verso uno sbarramento del 3% ma verso l’8% previsto dal Consultellum».

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