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La legge sulla sicurezza urbana resta impantanata al Senato

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Forze di sicurezza all’esterno del Duomo di Milano, uno dei luoghi considerati più a rischio

Mentre la legge sulla sicurezza urbana è impantanata al Senato, il sindaco di Milano Giuseppe Sala Milano si fà capofila – come commenta Luigi La Spina – di una richiesta di aiuto che arriva dalle città, chiede più soldati nelle periferie. L’emergenza è evidente: venerdì una sparatoria tra albanesi a Cornaredo, sabato la coltellata (in via Padova, zona di immigrati) ad Antonio Rafael Ramirez, 37 anni, dominicano e immigrato irregolare, morto ieri per le conseguenze della ferita.

La stretta di Alfano resta al palo: rinviata la legge sulla sicurezza

E al Senato è incagliato l’inasprimento delle pene per i criminali

ROMA – L’escalation di violenza che si registra a Milano non sorprende eccessivamente chi dalla Capitale osserva gli andamenti criminali. Assodato che nel giro di quattro anni il numero dei reati complessivi sta calando, e che gli omicidi, il reato in assoluto più grave e di maggiore portata simbolica, sono passati da 555 a 398 in quattro anni, resta il fatto che Milano è considerata la città al top per reati. Nel capoluogo lombardo, infatti, seconda solo a Rimini, i reati sono il doppio della media italiana con 7636 denunce per centomila abitanti (e la media nazionale è di 4430 per centomila abitanti).

I numeri non ingannano. Se si considera l’indice dei 100mila abitanti, a Milano sono al secondo posto per delitti totali denunciati, terzi per borseggi, secondi per furti, secondi per rapine. Ai sociologi e criminologi il compito di interpretare. Probabilmente la ricchezza delle città del Nord attira maggiormente la criminalità predatoria. Fa impressione, però – e il Sole 24 ore ha fatto di recente un ottimo lavoro di analisi -, vedere che là dove c’è concentrazione di benessere, là si registrano anche i picchi nei furti in abitazione, borseggi, frodi informatiche, furti in esercizi commerciali. Il Sud è in testa solo per i furti di autovetture: una piaga che colpisce soprattutto la Puglia, sia nella provincia di Barletta-Andria-Trani, sia a Bari; e poi Catania, Foggia, Napoli.

Contro i luoghi comuni che vogliono le città meridionali come maggiormente a rischio, gli ultimi dati consolidati (al 2015) vedono sì Napoli in testa per le rapine (195 per centomila abitanti, in calo del 9.9%), ma subito dopo Milano (123 per centomila abitanti) che supera così anche Catania (109) e Bari (105). Di contro, sono i piccoli centri a dare l’impressione ancora delle isole felici e a migliorare le medie nei confronti internazionali. A Belluno nel corso del 2015 si sono registrate appena 3 rapine per centomila abitanti; 7 a Sondrio, Isernia, Aosta; 9 a Potenza; 10 a Nuoro, Matera e Rieti.

Se c’è qualche cosa che questo governo e questa maggioranza devono rimproverarsi, però, è che avevano annunciato con enfasi nella primavera scorsa un giro di vite contro ladri e rapinatori, inserendo un apposito ritocco alle pene nel ddl di riforma del processo penale, che però è ancora fermo al Senato. «La prossima sfida – diceva il ministro Alfano nel maggio scorso – è la sicurezza urbana. Faremo una legge e saremo durissimi contro ladri e rapinatori per aumentare anche la sicurezza percepita».

Ecco, complici le divisioni su altri temi, quali i termini della prescrizione o le nuove misure sulla possibilità di pubblicare le intercettazioni, anche le norme che avrebbero dovuto frenare ladri e rapinatori sono rimaste nei cassetti del Parlamento. Era sempre il marzo scorso quando Alfano spiegava: «Vogliamo dotare di maggiori strumenti i sindaci, le forze dell’ordine e la magistratura». Annunciava, il ministro, che il Consiglio dei ministri avrebbe presto licenziato una legge sulla sicurezza urbana «per rendere le nostre città più sicure, anche rispetto al tema dei furti e delle rapine». Non s’è vista.

Difficile dire quanto possa giocare la presenza degli immigrati in questa pressione della criminalità predatoria. A Milano è noto che bande di giovanissimi latino-americani hanno causato l’innalzarsi dei reati violenti. Come dimenticare il caso di quel capotreno a cui, nel giugno 2015, fu quasi amputato un braccio con un machete? La stessa lama fu sequestrata dalla Squadra Mobile alcuni mesi dopo e si scoprì che era stata utilizzata in altri ferimenti e in un omicidio. Quel machete era ormai conservato e passato di mano in mano come un feticcio dai latinos della banda «MS13».

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