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Italia balubante: vince il NO, scompare comparsata matite, Renzi si dimette. E ora?

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L’Italia boccia la riforma della Costituzione proposta da Matteo Renzi con il No che sfiora il 60%. Il premier ne ha tratto le conseguenze: nel pomeriggio si recherà al Quirinale per rassegnare le dimissioni al presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Spetta proprio al Capo dello Stato sciogliere una crisi politica senza precedenti, come spiega Marcello Sorgi.

Cosa succede dopo le dimissioni di Renzi? Le ipotesi di Mattarella

La palla passa al Capo dello Stato, che dovrà incaricare un nuovo premier

ROMA – La crisi di governo che s’è aperta a tarda sera in diretta, man mano che affluivano i dati della vittoria del «No» al referendum costituzionale, è senza precedenti, perché, pur essendo chiaro il risultato delle urne, il Capo dello Stato si trova davanti due schieramenti, uno sconfitto ma all’interno del quale c’è ancora una maggioranza parlamentare e potenzialmente un governo, e uno vincitore ma non in grado di esprimere un’alternativa.

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Teoricamente, ma solo teoricamente, il presidente Mattarella, esaurito un giro formale di consultazioni, potrebbe chiedere a Renzi di tornare in Parlamento e verificare se ha ancora l’appoggio dei partiti che sostenevano il suo governo. Ma questo cozzerebbe, prima di tutto, con la volontà di Renzi di accettare la sconfitta e farsi da parte, e poi con il senso esplicito del voto referendario: un «No» rivolto, non solo alla riforma, ma al premier che se l’era intestata e l’aveva difesa fino all’ultimo in una campagna forsennata e solitaria.

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Inoltre Mattarella dovrà tener conto che Grillo e il Movimento 5 stelle, cioè i veri vincitori di questa tornata, chiedono che si vada subito alle elezioni, senza formare un nuovo governo, ma lasciando in carica per gli affari correnti quello battuto nelle urne. Toccherebbe al Parlamento, in tempi brevissimi, varare una nuova legge elettorale per Camera e Senato, partendo dal minimo comune denominatore del proporzionale, il filo rosso che unisce gli alleati del «No», divisi su tutto il resto. Così, garantiti dal vecchio sistema della Prima Repubblica, che consente a tutti di andare di fronte agli elettori con le proprie posizioni e senza vincoli di accordi di coalizione, i partiti potrebbero ripresentarsi, ciascuno per conto proprio, nella prossima primavera, previo uno scioglimento delle Camere che il Capo dello Stato dovrebbe garantire non appena approvata la nuova legge.

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Ma a raffreddare gli ardori dei vincitori, che non vedono l’ora di seppellire una volta e per tutte l’era renziana, stamane potrebbe essere l’apertura dei mercati finanziari, che già alla vigilia del voto avevano dato segni di inquietudine e potrebbero oggi manifestarli con maggiore intensità. La caduta del governo, infatti, non è solo un affare italiano e rischia di ripercuotersi in Europa con un allarme di cui il Quirinale non potrà non tener conto. Con la conseguenza che, difficile se non impossibile a un primo esame della situazione, la formazione di un nuovo governo potrebbe rivelarsi indispensabile, per evitare che il Paese precipiti nel baratro di una crisi economica, oltre che politica, dagli effetti devastanti.

Sul tavolo di Mattarella in questo caso potrebbero allinearsi tre ipotesi da verificare in tempi rapidi. La prima, calibrata sulla necessità di arginare i rovesci dell’economia, sarebbe di affidare la guida del governo al ministro Padoan, che avrebbe dalla sua la solidità dei rapporti intessuti con le autorità di Bruxelles e l’appoggio di Renzi, disponibile, sebbene non ufficialmente, a questa possibilità. Ma è inutile nascondersi che un governo Padoan in diretta continuità con quello uscente, senza novità di rilievo nella composizione, non verrebbe accettato dal fronte del «No», la collaborazione del quale serve per definire la nuova legge elettorale.

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Di qui la possibilità che il Presidente della Repubblica, capovolgendo questa impostazione, cerchi innanzitutto di far cadere i veti alla nascita del nuovo governo scegliendo, com’è avvenuto altre volte, una personalità al di sopra delle parti, di rilievo istituzionale e in condizioni di gestire il difficile negoziato sul sistema con cui si dovrà andare al voto. In questo quadro, Padoan potrebbe anche restare all’Economia per garantire la continuità dei rapporti con l’Unione europea.

Ma occorrerebbe stabilire chi, appunto, potrebbe guidare questa sorta di «governo del Presidente» che Mattarella invierebbe in Parlamento con il compito di stabilire prima di ogni altra cosa una tregua.

Paradossalmente, lo schieramento del «No» è pieno di personalità istituzionali, basti solo pensare al drappello di ex-presidenti della Corte Costituzionale – Onida, Cheli, De Siervo, Zagrebelsky, Flick -, impegnati contro la riforma; ma è impensabile che Renzi, richiesto di dare a un governo come questo l’appoggio del Pd, per consentirgli di prendere il largo, possa rassegnarsi a uno sbocco del genere, che oltre a sottolineare la sua sconfitta gli farebbe carico di tutte le divisioni emerse durante la campagna referendaria.

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Così, malgrado l’interessato abbia già allontanato altre volte da sé l’amaro calice, nella confusione della notte ieri tornava a circolare il nome del presidente del (redivivo) Senato Pietro Grasso. I suoi rapporti con Renzi, si sa, non sono idilliaci, ma Grasso ha alcune frecce al suo arco: ha condotto con equilibrio, portandola all’approvazione finale, la riforma che per i senatori significava tagliare il ramo sul quale erano seduti; ha alle spalle una quarantennale carriera di magistrato e una preparazione giuridica completa che gli consentirebbe di districarsi tra le pieghe complicate dei sistemi elettorali; ha un antico e solido rapporto con Mattarella, che data dai giorni tragici dell’assassinio mafioso del fratello del Capo dello Stato. E infine è stato eletto sullo scranno più alto di Palazzo Madama con pochi, ma significativi, voti del Movimento 5 stelle, che avrebbe qualche difficoltà a dirgli di no.

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