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Incubo Jihad a San Pietroburgo
Attualità

Incubo Jihad a San Pietroburgo

Un kamikaze fa strage nella metropolitana di San Pietroburgo causando un bilancio di almeno 14 morti e 47 feriti. Per gli agenti russi si tratta di un uomo dell’Asia centrale su cui ora si concentrano le indagini.

Come spiega Giordano Stabile su La Stampa, il duello fra jihadisti e Cremlino è ai massimi livelli dall’intervento russo in Siria di fine 2015 e oggi gli “ex sovietici” costituiscono il nucleo più robusto dei battaglioni del Califfo. Per Lorenzo Vidino se la matrice venisse confermata si tratterebbe di “un’evoluzione della parabola jihadista in terra russa”.

Dal Caucaso all’Asia, le legioni di ex sovietici fedelissimi del Califfo

BEIRUT – «Sono tutti russi». I civili in fuga dalla Città vecchia di Mosul, i pochi che riescono a sfuggire dai combattenti dell’Isis che li tengono prigionieri nelle case, bambini compresi, come scudi umani, e che li bersagliano con i cecchini quando cercano di scappare, ripetono la stessa cosa. «Russi». Sono i foreign fighter asserragliati attorno alla moschea di Al-Nouri al-Kabir, dove è stato proclamato il Califfato, decisi a morire e a uccidere più persone possibile prima che il luogo simbolo dello Stato islamico venga riconquistato dagli iracheni.

«Russi» significa però tante cose. Molti ceceni, certo. Musulmani delle regioni a maggioranza islamica all’interno della Federazione russa. E poi kazaki, uzbeki, kirghisi, tagiki, come probabilmente uno degli attentatori di San Pietroburgo. Ex cittadini sovietici delle repubbliche centrasiatiche che ora costituiscono il nucleo più duro e irriducibile di quel che resta delle armate del Califfo Abu Bakr al-Baghdadi. L’ultima stima dei servizi di Mosca, a dicembre, parlava di almeno 7 mila foreign fighter arrivati in Siria e Iraq dalle nazioni dell’ex Unione Sovietica, duemila soltanto dalla Russia, la maggior parte caucasici. In totale, più della Tunisia, campione dei volontari della jihad con 6500 combattenti. È un fenomeno, quello dei foreign fighter, relativamente recente; affonda più nel passato invece il cosiddetto Emirato del Caucaso. Si tratta di una organizzazione jihadista attiva nella zona sudoccidentale della Russia che ha come obiettivo la cacciata dei russi dal Caucaso e la creazione di un emirato islamico. Molti dei più recenti attacchi sul territorio russo – dall’aereo precipitato a Sochi con a bordo il coro dell’Armata rossa, sino al treno Mosca-San Pietroburgo attaccato nel 2009 – sono stati rivendicati proprio dagli estremisti dell’Emirato. Ora i due fronti, quello dell’Isis e quello caucasico, potrebbero persino essersi saldati almeno a livello operativo.

I festeggiamenti  

Putin ha rivendicato più volte il suo intervento in Siria come una mossa tesa anche a eliminare i combattenti russi, prima che potessero tornare in patria a compiere attentati. E lo stesso Putin ha costruito la sua carriera politica sulla promessa di stroncare il terrore in Cecenia. Nella propaganda dell’Isis la Russia ha un posto privilegiato, secondo solo alle nazioni occidentali. Solo alcuni giorni fa i media jihadisti facevano girare un manifesto che recitava «Bruceremo la Russia». Poco dopo l’attentato di San Pietroburgo ne sono apparsi altri dove si evoca il ruolo dei russi nel conflitto siriano e si invita a «ucciderli dove li trovate», con la cattedrale di San Basilio in rovina sullo sfondo.

Il duello fra jihadisti e Russia putiniana è salito ai massimi livelli dopo l’intervento in Siria del 30 settembre 2015. Esattamente un mese dopo, il 31 ottobre 2015, l’Isis mette a segno il colpo più duro. Un aereo con 224 persone a bordo, tutti russi, viene abbattuto sopra il Sinai. Era diretto da Sharm al-Sheikh a San Pietroburgo. Due giorni dopo l’Isis rivendica. Poco dopo sulla sua rivista Dabiq spiega come ha fatto. Una lattina piena di esplosivo, piazzata vicino alla parete della carlinga, probabilmente da un complice all’aeroporto. È un doppio affronto sia a Putin che al presidente egiziano Abdel Fatah al-Sisi, stretto alleato in Medio Oriente nella lotta al jihadismo.

Il bambino kazako  

Le minacce alla Russia erano però cominciate più di un anno prima. L’Amn al-Kharij, i Servizi esterni, avevano puntato sulle Repubbliche centrasiatiche per la propaganda e il reclutamento. Un terreno fertile, arato già ai tempi della jihad contro l’Urss in Afghanistan. Nel 2015 due video con un protagonista un bambino kazako, al massimo 10 anni, conquistano l’attenzione mondiale, e fanno orrore. Nel primo si vede l’addestramento alla guerra di bambini asiatici e il piccolo Abdullah, così si fa chiamare, promette agli «infedeli»: «Sarò uno di quelli che vi sgozzerà, kuffar». Nel secondo filmano il bambino si trasforma in boia e uccide con un colpo alla nuca due «spie russe», probabilmente kazake anche loro, ma di lingua russa.

L’attacco alla Russia serviva soprattutto a drenare nuove reclute. Il battaglione ceceno guidato da Tarkhan Tayumurazovich Batirashvili, un georgiano di etnia cecena, si era già distinto nelle offensive in Iraq della primavera del 2014. Batirashvili, conosciuto come Abu Omar al-Shishani, è promosso comandante militare delle forze del Califfato, una sorta di ministro della Guerra, viene inviato sui fronti più caldi in Siria e Iraq. Conosce bene le tattiche dell’esercito russo perché lo aveva combattuto da sergente delle forze armate georgiane nel 2008. Contrasta i russi a lungo sul fronte di Palmira ma all’inizio del 2016 il Califfo lo rispedisce in Iraq per preparare la difesa di Mosul. Al-Shishani viene però eliminato da un raid Usa a Shirqat, 80 chilometri a Sud di Mosul, il 30 marzo 2016.

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